Dopo un duro anno di sbattimenti, succede che tutta la famiglia si sparpaglia per svariate località marine, lasciandomi felicemente solo e padrone del mio destino, senza un cazzo di particolare da fare. Succede anche che il mio carissimo amico, il PreparaMamme (PM), è a Milano a lavorare agli IDAYS, noto festival il cui palco è tradizionalmente calcato da artisti internazionali di grosso calibro. Visto il suo lavoro, ogni volta che c’è l’occasione, il PM mi rimedia degli accrediti per qualche concerto.
Parlando con lui qualche settimana prima, scopro che uno dei super ospiti di quest’anno è Travis Scott. Ora, io non sono un vero fan di Travis, ma il personaggio mi ha sempre incuriosito e comunque ascolto roba nata dalla sua particolare visione musicale. Sapevo anche, per sentito dire, che i suoi live fossero roba potente: mi è sembrata un’ottima occasione per constatare con i miei occhi la veridicità di tale mitologia.
Decido quindi di coinvolgere il TeneroMammifero (TM), fratello del sopra menzionato PM, tornato in Italia per le vacanze per puro caso. Accetta l’invito con il suo caratteristico entusiasmo, anche se Travis gli fa cacare. Mi limito a comprare un biglietto del treno per Milano per passare due giorni nella città meneghina, scroccando casa e accudimento a mia zia e mia cugina, sempre prodighe di affetto e compassione verso la mia tragicomica figura.
La mattina della partenza scopro su un social a caso un’allerta meteo su Firenze che promette diluvi e tempeste. Visto che avrei lasciato la città di lì a poche ore, me ne preoccupo il giusto e mi lancio nella preparazione dello zaino e dei vettovagliamenti per me e il TM, il quale non ha mai brillato per organizzazione. Poco prima di partire faccio un check su Milano: previsto nubifragio anche lì. Bestemmiando, lancio via sandali e shorts, infilo pantaloni lunghi e scarpe chiuse, poi gonfio lo zaino con la mia mantella antipioggia “super-pro” che uso per la bici.
Mentre vado in stazione comincia a piovere come in Amazzonia nella stagione delle piogge; mi infradicio la maglietta in un secondo. Nell’attesa del TM, compro da un senegalese un ombrellino a cinque euro. Lo apro con delicatezza, sapendo che avrei potuto farlo al massimo cinque volte prima dell’autodistruzione, e cerco il mio compare. Lo trovo nascosto sotto un cornicione a far compagnia a un piccione, entrambi infastiditi dall’uragano che si scagliava sui loro corpi implumi.
Come immaginavo, il TM — che sarebbe rimasto a Milano tutto il weekend — si presenta equipaggiato con: maglietta aderente a costine, camicia a fiori a mezze maniche, anfibi senza lacci e jeans con talmente tanti strappi che i buchi occupavano più superficie del denim. Sulla schiena, uno zainetto con dentro un paio di sandali, un’altra camicia a fiori e uno spazzolino. Prima di salire sul treno, lo convinco a comprare un poncho impermeabile da turista americano per altri cinque euro.
Il viaggio scorre liscio. Convinco il legittimo possessore del posto accanto al TM a fare a cambio; lui, un giovane che assomiglia al piccolo esploratore di Up, acconsente di buon grado. Passiamo le due ore successive a strafogarci di cibo comprato alla Coop. Una volta a Milano, la cara Cugina ci aggancia impeccabile fuori dalla stazione e ci porta a bere un paio di birre al Mercato Centrale, che scopro essere il clone di quello di Firenze. Ci ammazziamo di chiacchiere, aggiornandoci sulle nostre rispettive misere vite, e ci semi-ubriachiamo. Tutto questo ci fa dimenticare il motivo principale dell’incontro: lo scambio delle chiavi per entrare in casa della zia a tarda notte.
Cugina ci istrada in metro sparandoci convinta nella direzione sbagliata. Ce ne accorgiamo dopo quattro fermate. Mentre torniamo indietro, mi arriva un suo messaggio che conferma per l’ennesima volta quanto ci manchi un pezzo di cervello. Fissiamo un appuntamento in un tunnel sotterraneo a caso per scambiarci le benedette chiavi.
Appoggiato alla banchina in attesa di Cugina, noto la fauna umana diretta al concerto. Sono tutti giovanissimi, coperti da impermeabili e K-Way, i più estrosi a torso nudo, tutti col cappellino e carichi come molle. Recuperate le chiavi, ci mischiamo al marasma e usciamo alla fermata Uruguay. Fuori diluvia.
Il festival è in un mega ippodromo a quindici minuti a piedi. Apro il mio ombrellino, il TM si mette la bombetta stile Arancia Meccanica e ci incaminiamo. Le strade sono un immondezzaio di rifiuti, lattine e buste di plastica impastate col fango. Troviamo la pizzeria-bar “La Cotica”. È strapieno, ma riusciamo a comprare birre e panini, poi ci mettiamo in fila per il cesso i cui miasmi invadevano la sala anche a porta chiusa. In coda attacco bottone con due ragazzini in K-Way: stanno lì a distribuire lattine di Coca-Cola. Scopro che sono in piedi dalle nove di mattina, hanno regalato 24.000 lattine e li pagano come i raccoglitori di pomodori a Rosarno. Entro nel bagno e ho quasi paura ad estrarre il pistolino: temo che la cloaca possa staccarmelo con un morso.
Poco prima dell’ingresso, un camion di Radio 105 regala zainetti gialli di plastica. La gente li prende a manciate per poi buttarli in terra dopo pochi metri. Ho l’istinto di ucciderli tutti, ma faccio un sospiro e passo oltre.
Affrontiamo i tornelli. Mi ricordo di avere una borraccia di metallo nello zaino e bestemmio preventivamente. Al primo controllo faccio uno strano balletto di fianchi per tenere lo zaino lontano dal metal detector e passo. Al secondo check, una solerte steward fruga ovunque. Mi dirigo verso una con la faccia da mamma. Appoggio lo zaino con l’espressione di Gesù che porge la mano al carnefice. Lei tasta la borraccia, mi guarda e dice: “È acqua, vero?”. Anuisco come un bambino colto in fallo. Lei sorride: “Tienila pure, tanto mi sembra che non hai più l’età per lanciarla, vero?”. Vorrei lanciargliela subito, ma ringrazio come un bravo boy scout e filo via.
Dentro lo spazio è magmatico. Prendiamo una birra e proviamo ad avvicinarmi, ma un muro umano denso come cemento ci stoppa. Siamo a chilometri dal palco, immersi in una pozza. Ci mettiamo le mantelle e circumnavighiamo l’area fino alle transenne esterne. Chiamiamo il PreparaMamme che ci raggiunge e ci consegna un braccialetto per l’area VIP. Lo metto al TM, che passa tra i ricchi senza problemi. Io rimango lì, in quel purgatorio pressato dalla folla di “poveri”, mangiando il panino con il prosciuttone della Cotica annaffiato dalla pioggia.
Sono il più vecchio di tutti gli 83.000 partecipanti. Un tipo con la barba mi si avvicina: “Ciao, bel delirio, eh? Anche tu qui per accompagnare tuo figlio?”. Gli rispondo che no, sono solo, e ho avuto l’ardire di venire nonostante avessi dimenticato la dentiera sul comodino. Proprio in quel momento ricompare il PM come un arcangelo nero sotto la pioggia, con la radiolina gracchiante e il suo tradizionale ciondolare di pass. Mi molla il bracciale per il PIT e si dilegua. Lo sventolo sotto il naso del “babbo” di prima, che lo guarda come fosse un Rolex, gli batto un cinque e lo lascio lì a perire di inedia.
Dentro il PIT è un’altra storia: spazio, visibilità e il piacere sadico di guardare gli 82.000 pigiati là dietro. Compriamo due birre da un bagarino a prezzi folli e brindiamo al PM nostro salvatore. Sul palco sale Capo Plaza. Né io né il TM abbiamo idea di chi sia, ma la folla apprezza le sue rime trap e la catena d’oro da venti chili. A noi fa cacare, quindi passiamo il tempo a prenderlo per il culo.
Si fa buio. La pioggia si vede solo in controluce contro le enormi luci del palco. Piscio in un Sebach che aveva la merda spalmata sulle pareti come carta da parati e torno dal TM. Travis non si vede, la gente è gasata. Alla mia sinistra una mamma con il labbro leporino tiene un ombrellino aperto; i ragazzi dietro la insultano, il TM glielo fa notare e lei lo chiude sbuffando. Sua figlia, una tredicenne con le treccine alla Pippi Calzelunghe e un apparecchio per i denti degno della Tour Eiffel, filma il palco vuoto con unghie arancioni fluo lunghe dieci centimetri. Mi fa tenerezza: non riesce nemmeno a tenere il telefono, preme “rec” con la falange del pollice.
Finalmente inizia il concerto. Ottantamila telefoni si alzano simultaneamente. Vedo solo schermi: un caleidoscopio dove la realtà è scomposta in migliaia di quadratini col pallino rosso. Li odio. Spero che un fulmine decida di scaricarsi su tutto quel carbonio sollevato al cielo, friggendo mille persone attraverso il lago in cui abbiamo i piedi.
Travis appare in una nuvola di fumo. La gente salta, ma io non vedo la potenza sperata. Mi sembra sfavato. Non interagisce, snocciola i pezzi uno dopo l’altro. Sembra un tizio che canta al karaoke su basi registrate. Mi immedesimo in quei poveri stronzi in fondo a inzupparsi e mi sembra una grande truffa. Dopo meno di un’ora, Travis lancia il microfono, spegne tutto e se ne va senza salutare. Fine.
Ci avviciniamo al palco per salutare il PM. Quando mi dice quanti soldi ha preso l’artista per quell’ora scarsa, mi viene da ridere. Me lo immagino filare verso l’albergo in Lamborghini con la maschera della Banda Bassotti e un ghigno criminale.
Fuori è l’apocalisse. Ottantatremila persone si riversano in strada e non c’è nessuno a gestire l’esodo. I telefoni non prendono perché le celle sono intasate da chi carica i video del “brutto concerto”. Arriviamo alla metro Uruguay: chiusa. Proseguiamo verso la stazione successiva, seguiti da una marea umana. Davanti all’ingresso troviamo ventimila persone immobili.
Io e il TM decidiamo di correre fino alla fermata dopo ancora. Ci carichiamo le gambe in spalla. Il mio telefono si spegne, la metro chiude tra poco. Corriamo sotto la pioggia scavalvando cofani e saltando incroci col rosso. Sembra I guerrieri della notte. Arriviamo alla stazione successiva, riusciamo a entrare in banchina. Arriva il primo treno: è stipato fino al soffitto, facce compresse sui vetri, braccia spalancate per respirare. Le porte si aprono e vedo una tipa tenuta per le trecce dal fidanzato per evitare che la decompressione la espella sul binario. Non si può entrare.
Mezzanotte e un quarto. Arriva il quarto treno. Con la forza della disperazione saliamo. Passiamo venti minuti come pezzi di una gigantesca mortadella pressata. Ho la testa nell’ascella di una tipa e il culo contro un ombrello. A Cadorna cambiamo per la verde per il rotto della cuffia. Arriviamo a casa della zia, svaligiamo il frigo e sveniamo a letto.
Mentre cerco di dormire, mi interrogo sulla qualità dell’esperienza. Siamo sopravvissuti solo grazie al privilegio di un pass. Comprare un biglietto e affrontare una trasferta per essere ripagati con due spiccioli di emozioni buttate dal palco come mangime per uccelli… chi dice di essersi divertito, secondo me, mente. Penso al prossimo concerto degli Arctic Monkeys dove dovrò portare mia figlia per il suo compleanno e rabbrividisco. Forse sono troppo vecchio per queste cazzate, o forse gli altri sono troppo giovani per rendersene conto.