Ritratto di una singolarità scomparsa

In Memoria di Ottavio Liberi

Il Cecco Rivolta sta abbarbicato in cima a una collina, ma è come se stesse in una conca al rovescio. Non si sa come, prima o poi, ci rotolano dentro i personaggi più strani. È una sorta di gravità invertita, portatrice di meraviglia e di immani rotture di coglioni. In tutto questo rotolare di umanità varia, qualcuno ha lasciato un segno indelebile del suo passaggio, come un’incisione nella storia collettiva della casa; un qualcosa di assolutamente irriproducibile e autentico, che ricorda la corteccia malamente incisa da due innamorati.

Ricordo precisamente la prima volta che ho visto Ottavio arrivare al Cecco. Ce ne stavamo belli spaparanzati a fumare e chiacchierare al fresco del noce. Era un pomeriggio afoso di inizio estate. Comparve come un miraggio all’inizio della stradella che portava a casa. La sua figura ricordava gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo, solo che addosso aveva una specie di armatura fatta di camicie di flanella, maglioni di lana merinos e un incredibile parka che avrebbe tranquillamente potuto foderare un intero divano. Ai piedi trascinava degli enormi scarponi da escursione: roba da sbarco in Normandia o scalata del K2.

Lo guardavamo esterrefatti arrancare sul ghiaino con passo lento e inesorabile; i suoi occhi neri ci rimiravano di sottecchi, le sopracciglia parlavano la stessa lingua dei suoi lunghi e spelacchiati baffetti. Sulla schiena, un enorme zaino tattico del peso di un’utilitaria lo piegava all’indietro, controbilanciando la sua naturale curvatura uncinata in avanti. Arrivato in prossimità del coagulo umano, alzò una mano in segno di saluto; poi, senza proferire parola, si dedicò al tentativo di slacciare la fibbia che ancorava lo zaino alla sua esile cassa toracica. L’operazione durò un tempo infinito: nessuno di noi si capacitava se quello che stavamo vedendo fosse un’allucinazione o stesse accadendo davvero.

Con il tempo, la casa prese familiarità con i suoi movimenti bradipeschi e le sue acuminate arringhe in romanesco. Lo chiamavamo Otto, Ottagon, Ottaedro, Octung!, Ottagono. Si presentava senza preavviso, in qualsiasi stagione, sempre vestito da sherpa. Si fermava per giorni, a volte per settimane, e tu, che eri lì dentro con lui, non potevi fare altro che osservarlo muoversi nel tuo ambiente, come uno zoologo osserva una strana creatura esotica e meravigliosa.

Le sue permanenze seguivano un preciso rituale. Una volta arrivato si sedeva sul divano, senza togliersi nemmeno uno dei diecimila capi di vestiario che portava addosso, e cominciava a ragionare di lotta, di compagni, di “compagni che sbagliano”, che sbagliavano o che presto — di sicuro — avrebbero sbagliato. Abitava, nel periodo in cui l’abbiamo frequentato, in un rudere sperduto sui monti pistoiesi, senz’acqua e senza riscaldamento, lontano da tutto e con il tetto pieno di buchi. Se ne stava lì, e ogni tanto scendeva dal monte perché la situazione diventava insostenibile o perché, da qualche parte, la “lotta” esigeva la sua presenza.

Con il suo accento romano e la parlata strascicata di chi ha ingoiato una dose d’oppio grossa come una pallina da tennis, ci snocciolava dispacci dettagliati dai vari fronti e raccoglieva informazioni sul progredire della militanza tra i fiorentini. Una volta portata a termine l’ambasciata, si concentrava nella liberazione dei piedi dai suoi enormi scarponi, che sicuramente godevano di un’autonomia esistenziale. L’operazione poteva durare ore, ma ti accorgevi che aveva raggiunto l’obiettivo dall’afrore che si diffondeva in tutta casa. Una roba simile all’odore del pavimento di un centro sociale dopo una festa con diecimila persone, chiuso in una botte di rovere per duemila anni. Qualcosa di antico, preesistente alla vita sulla terra.

A quel punto lo accompagnavamo in bagno, dove si sottoponeva alla più lunga ed estenuante toilette della storia dell’uomo. Una volta liberatosi di tutti gli strati, rimaneva a lungo davanti allo specchio con indosso una sorta di tuta di flanella marrone, tipo quella di Pippo (con tanto di tasca sul culo), a rimirarsi quello che restava della dentatura. Il suo corpo era fragile: a stento riuscivi a immaginare come facesse a campare lassù, in mezzo a quel disagio, con la sola tenacia della determinazione.

Mentre lui si lavava, facevamo fare svariati giri di giostra ai suoi panni in lavatrice. Lui scendeva dalle scale tutto lucente e profumato come una vestale, in mutande o con un asciugamano in vita, facendo sfoggio di uno sterno ossuto ricoperto di peli che sembravano lanciati a manciate da un bambino su un foglio cosparso di vinavil. Con movimenti precisi, coglieva i panni asciutti dallo stendino e, sempre lentamente, si rivestiva di tutto punto, incurante del fatto che fuori ci fossero -2 o 30 gradi.

Solo allora si lanciava in cucina. Magari eri lì a tagliare verdura e ti si avvicinava sottovento: la prima cosa che vedevi era la sua mano che si allungava per cogliere un alimento da esaminare. Lui il cibo non lo guardava, lo annusava. Il suo potente naso coglieva la presenza di pesticidi o altre superfetazioni del capitale odorando gli ingredienti per lunghi minuti. Alla fine dell’analisi partiva una ramanzina bonaria su quanto fosse primitivo il tuo modo di alimentarti, lanciando link invisibili a prodotti di primissima qualità che lui reperiva nella sua sterminata rete di fornitori di fiducia. Se trovava un prodotto sufficientemente svincolato dalle logiche di mercato annuiva soddisfatto, annotando nel suo taccuino virtuale l’evidente avanzamento umano che avevi compiuto dall’ultima ispezione.

Passava poi alla seconda fase: l’assalto ai forni. Ti tempestava di domande su cosa stessi cucinando, quali grassi utilizzassi per emulsionare le verdure e così via, fino a farti venire voglia di affettarlo e buttarlo nella minestra (si sa che gallina vecchia fa buon brodo). Appena le sue fini antenne sociali percepivano il superamento della soglia, faceva spallucce: “Nun t’encazzà! Dai!”, facendoti capire che la cena non era comunque abbastanza pura per il suo corpo.

Quindi si protendeva verso un pentolino, come un koala verso una foglia di eucalipto. La preparazione del suo pasto prevedeva quasi sempre la cottura di un secchio d’avena con acqua e quantità omeopatiche di verdure miracolose, procacciate setacciando ogni centimetro della dispensa. Era impossibile non andarci a sbattere contro: aveva il potere di materializzarsi sempre in mezzo ai coglioni. Era contemporaneamente in ogni angolo della cucina pur apparendo quasi immobile. Dovevi scolare la pasta? Lui era lì, piegato come un punto interrogativo sul lavandino a esaminare un chicco d’avena. Aprivi il forno? Uno scarpone si interponeva tra te e le patate. Arrivava a tavola per ultimo con la sua ciotola fumante e cominciava a mangiare. Cosa che non avrebbe smesso di fare per i successivi tre giorni.

Una volta sazio, si lanciava nel suo core-business esistenziale: lo stalking telefonico. Si toglieva la bavaglia, estraeva un Nokia 3310 e il sacro taccuino con i contatti della resistenza. Componeva i numeri con un indice ossuto, digitando così lentamente da farti andare indietro nel tempo. Poi restava in attesa, come una murena in un anfratto. Se la vittima rispondeva, partiva il report dettagliato: esortazione all’azione, denuncia della malafede dell’interlocutore, innalzamento dei toni e vernacolo romanesco a profusione. Il suo canto da muezzin di San Lorenzo rimbombava nei muri del Cecco o si arrampicava su per la cappa del camino. Una telefonata poteva durare ore. Se nessuno rispondeva, si piegava su un portatilino a scrivere email infuocate, battute lettera per lettera col solo dito indice. Altro che Marina Abramović.

La sera, esausto, si sedeva vicino al camino ascoltando con interesse antropologico le nostre storie. Spesso si addormentava russando, piegato su se stesso con la testa a due centimetri dalle ginocchia. Dormiva così: con le scarpe, il parka e il cappello di lana, seduto. Tutta la notte. E il giorno dopo, comunque, deambulava. Un altro livello di potenza.

Dopo una decina di giorni diventava insopportabile, e allora qualche altra buon’anima passava a prenderlo per accompagnarlo in posti remoti ad acquistare sementi preziose o a partecipare a un’importante assemblea.

Negli anni, sotto quel profilo da Don Chisciotte, avevo imparato a scorgere una persona dolce, che spesso si commuoveva nel vedere i suoi compagni così felici. Notavo gli sguardi d’affetto rivolti ai bambini: in loro vedeva il futuro per cui aveva sempre combattuto. Nei suoi discorsi c’era un intero mitologema che, per quanto instabile, disegnava un mondo affascinante che stava scomparendo. Era come osservare i resti di un tempio greco: ne intuivi lo sfarzo, ma ne constatavi la rovina.

Adesso Ottavio se n’è andato chissà in quale dimensione. Di sicuro, anche sotto forma di energia, starà spaccando il cazzo a qualche buco nero dalle parti di Alfa Centauri. Un buco l’ha lasciato anche nelle nostre vite, e questo testo serve a me per incidere sul nastro la sua esistenza. Il mondo è sempre più povero di stimoli, ci stiamo schiacciando tutti su uno standard per sopravvivere al disagio di essere diversi. Ottavio era magnificamente insopportabile, uno stupendo obbrobrio, un’esaltante nullità; e io nella sua unicità ci vedo, e ci vedrò sempre, la possibilità di una salvezza.

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