La mattina del mio quarantasettesimo compleanno mi arriva un messaggio su WhatsApp da Landai. Non contiene auguri di sorta, ma solo un semplice link, nudo, nella sua lingua astrusa fatta di numeri e lettere. Al mio dubbioso clic, il browser mi porta sulla pagina di un arcinoto portale arancione, dove campeggia in bella evidenza un volo per Hanoi a un prezzo imperdibile. Preso in contropiede, controllo la data: 31 dicembre 2025. L’occasione, si sa, fa l’uomo ladro, e questo viaggio era già da tempo diventato necessario. Quel Paese a forma di mazza, infatti, non è solo un posto sperduto nel Sud-est asiatico, ma il punto d’origine da cui tutto è iniziato: il Big Bang da cui si è dipanato un filo importante della nostra incasinata famiglia. Soprattutto, è il Paese dove vive Len, il padre di Landai, tornato a Saigon dopo una vita a Milano e che adesso coltiva manghi e banani sul delta del Mekong. Compriamo i biglietti la sera stessa. Un volo da Milano ad Hanoi la notte di Capodanno.
Ancora in botta per il rilascio fastoso di endorfine post-acquisto, guardo Google Maps e scopro che tra Hanoi e Saigon ci sono circa 1.600 km di distanza. Praticamente come prendere un aereo per Parigi per andare a trovare i parenti a Palermo. Mentre rimuginiamo sul da farsi, Len ci toglie le castagne dal fuoco con una delle sue mail telegrafiche: ci comunica che sarebbe venuto lui con la sua compagna ad Hanoi e che da lì saremmo partiti per un viaggio attraverso il Nord del Paese. Le ultime parole dell’email erano: “Non preoccupatevi. Penso a tutto io”.
Sollevati in parte dalle profetiche parole del “grande vecchio”, ci perdiamo negli inevitabili sbattimenti della vita quotidiana, nascondendo in un angolino della coscienza il pensiero dell’organizzazione.
Poco prima di Natale, Len si rifà vivo con un’email in cui ha diligentemente incollato un programma messo a punto con un’agenzia di viaggi della zona. Il tour prevedeva un’esplorazione in due blocchi del Nord che comprendeva spostamenti, pernotti e pasti. Sulle prime rimaniamo incerti, viste le riserve che nutriamo da sempre verso i viaggi organizzati, ma riflettendo sulla composizione della compagnia capiamo che è la soluzione migliore. Dopotutto Len ha settantaquattro anni e la sua compagna poco meno; inoltre, noi ci spostiamo con un’adolescente emotivamente instabile e un bambino di otto anni.
Mettere d’accordo tre generazioni e sei persone, decidendo giorno per giorno dove andare, mangiare e dormire, poteva diventare un compito gravoso. Per di più il tour sembrava interessante: ci saremmo spostati su un pulmino privato (o condiviso con pochi vietnamiti), gli alberghi erano dignitosi e non ci dispiaceva, per una volta, farci portare in giro come palloncini di elio a una sagra di paese. Partiamo alla volta di Milano carichi come Tesla appena uscite di fabbrica, ma rompiamo l’alternatore appena superato il “muro” di Bologna. Rimettiamo in moto l’auto grazie a due anime pie e 35 euro di cavetti comprati all’autogrill; la molliamo da un meccanico di fiducia di mia zia e, il giorno dopo, ci facciamo portare in aeroporto da quella santa di mia cugina. Una volta lì, il nostro volo non compare sul tabellone. Iris comincia a bofonchiare minacce contro l’intero scalo, Landai ha lo sguardo vitreo e il colore del catalogo autunno inverno dell’Ikea. Io minimizzo, come al solito, facendo incazzare ancora di più le donne della famiglia. Al desk di Air China ci comunicano che il volo è stato cancellato. Mentre aspettiamo che Dio si manifesti sotto forma di hostess sorridente, arriva il gioioso messaggio del meccanico con il preventivo per la riparazione. Landai diventa catatonica, Iris fuma tutte le sigarette che ha in tasca, Leo piange sconsolato sul pavimento del check-in, riempendosi il giubbotto di un muco verde e denso come mastice.
Poi, miracolosamente, ci trovano posto su un volo per Pechino e, da lì, per Hanoi. Landai ricomincia a respirare, il morale della truppa vola alle stelle e ci imbarchiamo increduli, verificando che l’aereo non sia una scenografia di cartone costruita all’uopo. Arriviamo a Pechino nel cuore della notte: fa un freddo inimmaginabile. L’aeroporto è grande come una città e sembra abbandonato. Un’aria gelida ci sospinge per gli immensi corridoi, schiaffeggiandoci il collo con un certo sadismo. Ai controlli scopro che i cinesi se la prendono particolarmente per gli accendini. Si offendono proprio, se ne hai uno. Ci perdiamo alla ricerca del gate per la coincidenza. I miei occhi affamati di nicotina cercano disperatamente un’area fumatori che, ovviamente, non esiste. Ci buttiamo sulle sedie scomode e gelide. In un orrendo dormiveglia sogno un‘area fumatori piena di gente senza accendini che si picchia selvaggiamente con le sigarette in bocca, cercando di accendere quelle maledette paglie sfregando le nocche sulle mascelle. All’imbarco, una hostess giovane e radiosa ci comunica che siamo in business class. Dio, a volte, è misericordioso. Ci accolgono con champagne e ciabattine; ci gonfiano di cibo come polli all’ingrasso. Bevo tutto lo champagne disponibile e svengo. Arriviamo ad Hanoi la mattina. Ho una tale voglia di fumare che masticherei il tabacco. I bagagli non accennano a comparire. Iris inizia a lanciare iettature sulla mia solare voglia di vivere e vorrei spedirla sul rullo bagagli. Alla fine, dopo un tempo interminabile, le valigie arrivano. Vorrei mandare a quel paese la iettatrice, ma mi trattengo. Carico tutto sul carrello e mi lancio verso l’uscita, la sigaretta spenta a penzoloni tra le labbra. La porta si spalanca su una folla accalcata alle balaustre. Hanoi ci accoglie con la sua umidità e il sorriso di Len, raggiante come un Buddha dopo una dieta dimagrante. Non faccio in tempo a raggiungerlo che un tizio mai visto mi strappa il carrello di mano e svanisce verso l’ignoto. Lo vedo allontanarsi nella calca, tra rombi di motore, raffiche di clacson e bandiere rosse con falce e martello. Lo inseguo pronto alla lotta, ma Len mi fa segno che è tutto ok. «Quella è la nostra guida» dice lui, «sta andando a caricare i bagagli». «Perfetto» rispondo, «adesso però dammi un accendino». Ma lui ovviamente non sente un accidente e segue la guida.
Partiamo in tempi record, con la paglia ancora spenta incollata alle labbra. Nel breve tragitto verso il ristorante scopro tre cose rilevanti: la nostra guida si chiama Phu, non parla una parola di inglese e Len non ha alcuna intenzione di fare la traduzione simultanea dei suoi racconti. La compagna di Len, Dujn (non so come si scriva, ma si pronuncia così), parla solo un po’ di francese: può comunicare quindi solo con Landai o con chi parla vietnamita. Io e i ragazzi siamo relegati a Landai o al nonno Len, il quale però è duro d’orecchi e poco propenso alla loquacità. A tavola ci servono un menu progettato dal “grande Phu” che, oltre a essere una guida, pare sia un fine conoscitore delle tradizioni gastronomiche locali. Mentre solerti camerieri rovesciano piatti su piatti, Phu parla indicando le portate. Il suo vietnamita è gutturale e acuto, mi ricorda la lingua dei velociraptor in Jurassic Park. Ogni volta che finisce di declamare un piatto, chiedo a Len cosa abbia detto. Lui, prontamente, elabora una sintesi estrema, riducendo un discorso di due minuti a quattro secondi netti. Un dialogo tipico:
— Cos’è quella roba verde, Len?
— Verdura.
— Sì, ma cosa ha detto Phu?
— Niente di importante.
Mentre esploro con le bacchette la mia ciotola, Leo mi bombarda di domande sulla natura del cibo; domande a cui, nel novanta per cento dei casi, non so rispondere. La cosa lo insospettisce, così decide di pranzare con due chicchi di riso bianco, che eleggerà a suo pasto standard per tutti i quindici giorni di viaggio.
Ninh Binh
Ripartiamo a bomba in direzione di Ninh Binh, duecento chilometri a sud di Hanoi. Lungo i finestrini del furgoncino che ci trasporta scorre un paesaggio verde e marrone: palme, banani, risaie, casine strette e ritte come palafitte. Il passaggio armonico della natura è interrotto da cantieri, cave, mezzi di lavoro, reti, capannoni, templi buddisti, motorini, sgabelli, bestie vive e morte, biciclette scassate, bambini abbandonati sul ciglio della strada, in ciabatte, spesso in gruppo, altre volte da soli. Mi perdo a seguire i cavi che si srotolano lungo la strada, stesi a mazzi e lanciati sui pali, sui cartelli, sulle insegne sopra ai negozi. Spesso sotto i sottopassaggi, in un lembo di terra riarsa, si alzano delle specie di tende con sotto gente che mangia, che beve, che si fruga fra le dita dei piedi. Ovunque, poi, si aprono specchi d’acqua, fiumi, rigagnoli, campi allagati. Il cielo grigio e opaco di umidità trasforma l’acqua in lastre d’argento, specchi che moltiplicano gli elementi che li circondano.
Entriamo in una specie di autostrada. L’autista supera a destra o a sinistra a seconda del caso; ogni volta che sorpassa un camion, un motorino, un cane, suona il clacson. Diciamo con un intervallo standard di 15 secondi fra un beep e l’altro.
— Len, ma in Vietnam si può superare a destra? — chiedo curioso.
— No, la regola dice che si supera a sinistra, ma nessuno la rispetta e ognuno supera dove gli pare.
Il Grande Phu descrive le meraviglie del posto dove stiamo andando in un lungo discorso di quasi cinque minuti.
— Len, cosa andiamo a vedere?
— Il fiume.
Mi addormento sfiancato dal jet-lag. Quando mi risveglio, vedo Phu che mi indica di lasciare l’abitacolo. Scendo. Fa caldo. Siamo dentro un’area di servizio, un autogrill vietnamita. Mi soffermo a guardare la situazione un secondo di troppo e il Grande Phu mi indica con la sua manina a paletta la direzione del bagno. Io acconsento all’indicazione come un placido vitello destinato al macello. Questa sarà la nostra unica interazione con le nostre guide: loro che ci indicano con la mano a paletta e un’espressione professionale dove dirigere i nostri corpi: dentro il furgone, fuori dal furgone, dentro l’hotel, fuori dal ristorante, dentro il bagno, dentro al negozio e così via. Anche quando tentavamo disperatamente di comunicare in inglese, loro rispondevano ciondolando la testa sfiniti e indicandoci un posto dove andare, o dove sarebbe meglio che noi andassimo, possibilmente a fanculo.
Arriviamo a Ninh Binh nel tardo pomeriggio. Phu ci indica la porta dell’albergo, poi la reception, poi l’ascensore. Appuntamento fra un’ora per andare a cena. La formula del pasto è sempre la stessa: ristorante, stanzetta privata con tavolino rotante, menu predefinito con piatti tipici del territorio predisposto dal grande Phu. La dotazione del commensale consiste in una mini ciotola, a volte appoggiata su un piattino poco più grande, un cucchiaio e un paio di bacchette. A volte, optional, i fazzoletti della Coop vietnamita. Il commensale quindi si aggiusta la tavola rotante orientandola nella direzione del cibo concupito e trasporta con gesto esperto parti della pietanza nella sua ciotola personale, appoggiando gli scarti nel piattino, se c’è, oppure sul tovagliolo della Coop, e se non c’è nemmeno quello, direttamente sul tavolo. Alla fine di ogni pasto si potrebbe predire il futuro leggendo la disposizione degli ossi di pollo sparpagliati sulla tavola. Ci sono sempre due o tre piatti di pesce o di carne o di altri animali spesso a me sconosciuti, delle verdure, crude e cotte, quasi sempre magnifiche, un paio di brodi opachi come il futuro ma saporitissimi e qualche piatto speciale della casa, come lumache murate vive dentro canne di bambù, vespe, cuori di drago, polli neri e altre interessanti ricette.
Dopo cena facciamo un giro a piedi lungo il fiume. È la notte del primo dell’anno. Gli argini, i ponti e le spallette sono gonfi di persone, bambini, carretti e sgabelli. Il buio della notte è spezzato dalla luce fioca di migliaia di lanterne colorate, spot luminosi e laser impazziti che disegnano arabeschi sull’acqua. Sotto i ponti passano centinaia di barche a remi dove innamorati, famigliole e gruppi di amici si tirano via l’anima a forza di flash. Ci facciamo largo tra braccia stese che brandiscono telefoni in modalità selfie, fotografi professionisti che immortalano donne instagrammabili e banchetti dove vecchie sdentate ti berciano negli orecchi, mettendoti sotto il naso cibi di ogni foggia e colore. Dappertutto si mangia. In piedi, appoggiati sui calcagni, seduti sugli sgabelli, ai tavoli, dentro le case, sui parapetti e nei vicoli. Veniamo schiaffeggiati da questo circo e perdiamo metà dei componenti del gruppo, arenati e ammalati da qualche prodotto locale. Leo vuole comprare, in ordine: due leccalecca fosforescenti, un papero intagliato nel legno, un gelato a forma di orso, una pergamena con una fenice stampata, due saponette al passion fruit e una spada medioevale di bronzo. In mezzo al fiume c’è una piattaforma galleggiante su cui è allestito un palco, con tanto di americane, woofer e presentatore impomatato munito di rosea valletta svolazzante. Si canta e si arringa la folla, le casse amplificano musica commerciale in chiave K-pop. Io faccio qualche foto alla gente, tiro via Leo da qualche nefasto proposito, controllo che Iris non finisca in acqua mentre scrolla il cellulare. Mi fisso sulle mani esperte di un ragazzino che frigge strane polpette color magenta.
— Ehi Len, cosa diavolo sono quelle?
— Polpette.
La mattina dopo colazione ci caricano sul furgone. Il cielo è plumbeo, l’umidità del primo mattino si condensa nell’aria e sulla faccia. Usciamo dalla città e ci inoltriamo tra i campi, costeggiando il fiume che appare e scompare dietro una vegetazione steroidea. Phu attacca un discorso molto musicale spiegando a Len e Dujn cosa stiamo andando a fare. Len annuisce, poi guarda fuori dal finestrino. Io, ormai rassegnato, mi crogiolo nel mio sapere di non sapere.
La porta automatica del pulmino ci vomita in un grande spiazzo pieno di gente che suona il clacson e altra gente che soffia dentro fischietti. Ci muoviamo serrati in mezzo a questa cacofonia all’interno di un percorso obbligato e ineluttabile. Dopo pochi minuti siamo in riva al fiume, coperti con dei giubbotti salvagente, in attesa di salire sulla barca. Ci sono centinaia di barche, tutte a remi, ognuna con su scritto un numero, ognuna con il suo personale gondoliere. Su ogni barchetta ci sono sei posti, quindi ci dividiamo in due gruppi e io salgo sulla barca con Landai e Leo. Ci sono anche due turisti svizzeri. La nostra gondoliera pare in là con gli anni. Sta piegata ad uncino sul remo, la testa coperta dal tradizionale copricapo dei contadini, ha pochi, pochissimi denti in bocca e occhi placidi e acquosi. Landai scambia due parole in vietnamita, lei ride, poi comincia a pagaiare. La barchetta numero 786 scivola sull’acqua docile del fiume. C’è uno stupendo silenzio. Si sente solo la pagaia che si tuffa nell’acqua, qualche uccello, il tirare su col naso del tipo svizzero dietro di me.

Il fiume si allarga e si stringe, piega bruscamente, poi oscilla e si distende. L’acqua riflette il verde degli alberi, la bruma umida e appiccicosa si posa sull’obiettivo della macchina fotografica. Insieme a noi, sul grande fiume, altre centinaia di barchette vanno e vengono, ci sfiorano ma non ci impattano, ci salutano ma col silenzio di un sorriso o un gesto di una mano. Entriamo dentro una grande grotta. Il rumore dell’acqua rimbomba sulle pareti di pietra. Dobbiamo abbassarci per non battere la testa sul soffitto. Riemergiamo alla luce. Falesie di roccia si impennano sull’acqua. È tutto talmente verde che mi sento verde anche io. Sullo sfondo compare un tempio arroccato su un isolotto in mezzo al fiume. La nostra gondoliera si fa largo a pagaiate e ci scarica, indicandoci il numero della barca con la mano. Gironzoliamo per il tempio, adocchiamo gli enormi Buddha, i banchi con le offerte e gli incensi. L’oro degli arredi scintilla a contrasto con il verde tutto intorno. Faccio qualche passo svogliato, stando attento a non finire nell’inquadratura di qualche telefonino. Comincio a sentire freddo. Risaliamo in barca. Ancora grotte, ancora templi, ancora acqua. Faccio a gara con Leo a chi trova il numero più alto scritto sulle barchette. Vince lui con 1934. Dei grandi uccelli, sottili e affusolati, planano fra le falesie erose dal fiume; una scimmia si muove fra un groviglio di banani. Stretto nel giubbotto di salvataggio, mi perdo nella contemplazione dello spazio intorno; mi sento coincidere, sono una pianta anche io. Abbranco il corpicino di Leo con le mie radici. Mentre ci prepariamo a scendere, un nugolo di carpe grosse come tonni boccheggia in superficie, lottando per accaparrarsi una briciola di cibo dispensata dalle mani di alcuni bambini. La scena mi disgusta e mi lascia un senso di nausea. Leo invece è folgorato da quello spettacolo di corpi idrodinamici e mi inchioda a bordo lago. Guardo i gondolieri vietnamiti incunearsi fra le barche ormeggiate lungo il fiume. Le barchine cozzano fra loro. È un’energia tranquilla, fa oscillare gli scafi e le persone ma con grazia, disperdendo l’energia in eccesso nell’acqua del fiume.
Ha Long Bay
Partiamo la mattina presto in direzione della Baia di Ha Long, dove ci aspetta una fantastica crociera in battello di due giorni. Lungo la strada, una miriade di cantieri, mezzi per il movimento terra, longarine e operai. Costruiscono come pazzi: strade, ponti, acquedotti. Il Paese accelera spinto dalla crescita economica. Si vede il brulichio di corpi al lavoro in ogni dove, di giorno e di notte, di sabato e di domenica. Si piallano capanni e risaie, si aprono varchi dove prima non c’erano.
Facciamo una tappa in un posto dove si allevano ostriche. Ci fanno vedere come si insemina un’ostrica da perla e ci raccontano il processo produttivo. Ci fanno aprire qualche ostrica. Leo trova una perla ovaleggiante pescando fra le valve di un mollusco. Poi ci sparano dentro il negozio. Le luci abbaglianti riverberano sulle vetrine, esplodendo dentro le migliaia di perle esposte. C’è un grande strusciare di carte di credito. Ne usciamo indenni.
Arriviamo sul molo poco prima di pranzo. Phu ci indica la via con la sua manina a paletta. Ci sediamo in attesa dell’imbarco. Fuori, sulla strada, c’è un casino orrendo di pulmini uguali al nostro, autobus, motorini e mezzi pesanti. Gente stesa sui marciapiedi mangia o fuma da enormi pipe ad acqua. Dopo un tempo considerevole cominciano a suonare un tamburo e un leone dorato ci scorta sulla passerella per accompagnarci all’imbarco.

Saremo in tutto una sessantina di persone: spagnoli, americani, francesi e qualche coreano. Mentre aspettiamo che succeda qualcosa ci studiamo a vicenda, come in una partita a Cluedo. Ci mettono a sedere fra un tavolo di francesi e uno di spagnoli. C’è fame nella sala. Un vecchio titilla le posate. Qualcuno sbadiglia. Compare il boss del nostro battello. Avrebbe le sembianze di Tom Cruise se Tom fosse vietnamita. Parla un inglese con un accento incredibile. Capiamo il 50 per cento delle parole che emette. Quando finisce di parlare, ci lanciamo sul buffet. Leo mangia per la prima volta da quando siamo partiti.
Dopo pranzo ci mollano le chiavi delle camere e ci andiamo a sistemare. Le stanze sono belle, con una grande vetrata e terrazzino personale. Dall’acqua emergono enormi falesie a forma di dente di squalo; sono centinaia, disposte lungo dorsali che si allungano verso il mare aperto. Il cielo è sempre grigio; ogni tanto uno sprazzo di sole illumina le pareti di roccia, facendo esplodere l’ocra della terra e il verde della vegetazione. Il mare sotto di noi è opaco e poco invitante. Passiamo il pomeriggio in navigazione, godendoci il relax.
La mattina dopo ci svegliamo circondati da centinaia di altri battelli, tutti identici al nostro, con il medesimo carico di turisti. Ci caricano sul tender per una visita a una grotta magica. Ci accalchiamo dentro il barchino, ognuno munito di giacchino salvagente. Sull’acqua, uno sciame di tender come il nostro trasporta altre centinaia di persone. Andiamo tutti nello stesso centimetro quadrato di mare, a vedere la stessa cosa. C’è un puzzo di gasolio orrendo. Mi sento triste come un profugo.
Sbarchiamo su un molo affogato di imbarcazioni e persone. Tom Cruise ci guida come una mandria di vacche verso il successivo gommone. Facciamo la fila, poi saliamo con i nostri ingombranti giacchetti su un barchino a remi. La grotta è a poche centinaia di metri. Il rombo dei motori e il cozzare degli scafi sommerge il chiacchiericcio scomposto di noialtri turisti. Il pagaiatore si spertica per conquistare un varco dentro la grotta. È tutto un cozzare di scafi e sciacquettio di remi. Leo vede un serpente d’acqua lanciarsi nel marasma. Quando riusciamo ad uscire da quel carnaio, la vista si apre su una baia nascosta, sormontata da pareti di roccia immense, dove alberi e piante si sono ritagliate un triangolo di terra e di sole per sopravvivere. Sulla parete a sud un gruppo di scimmie, forse trenta, forse di più, si muove agile tra le rocce a picco, avvinghiandosi ai rami delle piante che crescono a strapiombo sul mare. Sono bellissime. Si muovono compatte, si chiamano, si afferrano e si spingono. Una lotta collettiva contro la gravità.

Il barcaiolo ci fa fare un giretto della baia; c’è più traffico in acqua che sui viali all’ora di punta. Le scimmie scompaiono alla vista e con esse anche il barlume del mio entusiasmo. Ci ricaricano sul tender e ci spostiamo in un altro spot ad ammirare una caverna a sbalzo sul mare. Scendiamo sgomitando nella ressa. Una fila interminabile di gente si estende lungo il fianco della montagna. Mille scalini, una persona per scalino. Vedo la gente in alto che dalla grotta scatta foto con i telefonini per poi riscendere dall’altra parte. Nessuno di noi, Leo compreso, ha intenzione di finire in quel girone dantesco e ci sediamo placidi sugli scalini in attesa che ci vengano a riprendere. L’acqua è piena di gasolio, il cielo nero e grigio, inquinato dai fumi di scarico. Passiamo il resto della crociera a mangiare e tentare di pescare calamari. Quando finisce, non siamo affatto dispiaciuti.
Cao Bang
Passiamo una notte ad Hanoi. La mattina dopo un nuovo pulmino nero ci viene a prendere sotto l’albergo. Non c’è più Phu. Al suo posto adesso c’è Cuong. Ride di gusto, sembra simpatico, ma anche lui parla solo vietnamita e quindi ci limitiamo ad osservarci. Sul pulmino con noi ci sono altre tre persone: una coppia di vietnamiti residenti in Norvegia, in vacanza nel loro Paese di origine, e un turista solitario, anche lui vietnamita sulla cinquantina abbondante. Leo è molto contrariato dalla dipartita di Phu e guarda storto Cuong che, al contrario del compianto Phu, parla senza sosta come una radio, intervallando raffiche di dittonghi con risate gutturali. Un altro importante cambiamento sta nel fatto che i nuovi compagni di viaggio parlano anche loro, rispondono e interloquiscono, e dentro il pulmino è tutto un gran ciarlare. Io sono seduto accanto a Leo.
— Dove andiamo, babbo, adesso?
— Andiamo a fare un giro di qualche giorno nel Nord del Paese.
— In che albergo andiamo a dormire?
— Non ti so dire, ma vedrai che sarà bellissimo.
— Quanto ci vuole ad arrivare all’albergo?
— Tutta la giornata. Prima, però, andiamo a vedere altre cose.
— Tipo?
— Non ne ho idea.
— Puoi chiedere al tizio di stare un po’ zitto?
— Non saprei come fare.
— Posso giocare?
Prima di muoverci verso nord, facciamo un salto alla Cittadella Imperiale di Thang Long ad Hanoi. Entriamo in una grande struttura dove si trova la biglietteria. In un angolo c’è un plastico della cittadella. Cuong si spertica in descrizioni e racconti storici. Io provo a seguire con Google Translate ma è un’impresa impossibile. Leo mi prende a calci negli stinchi. Iris gironzola con la faccia di una condannata a morte. Lo spiegone dura più di mezz’ora. Mi metto a saltare con Leo sui bastoncini flottanti del pavimento di legno. Cuong mi guarda come si guarda un cretino.
Dentro la cittadella non c‘è un cazzo di nessuno se non noi. Fa freddino. Gironzoliamo per la struttura cercando di capire cosa stiamo vedendo dal volo degli uccelli. Vediamo grandi campane, antiche strutture e mini musei della vita della cittadella ai tempi dell’imperatore. Alla fine ci infiliamo in un bunker risalente alla guerra del Vietnam. Una volta dentro scopro che era il quartier generale del comandante Giap. Il bunker è rimasto identico a come era ai tempi della guerra. C’è una grande cartina sulla parete, un tavolo di legno massello, i cubicoli con i telefoni e le radio ad onde corte. L’ufficio personale del generale con la macchina da scrivere e un quaderno di pelle consunto appoggiato sulla scrivania. Leo si fissa sulla porta a tenuta stagna e comincia a bombardarmi di domande sui sottomarini. Io mi immagino il generale e la sua crew muoversi dentro lo stanzone di comando.
Ci muoviamo in direzione di Cao Bang. Il paesaggio cambia radicalmente. Siamo circondati da campi, specchi d’acqua, promontori. È tutto verde. Il pulmino si addentra in strade sempre più strette e scoscese. Attraversiamo un miliardo di fiumi, ci inerpichiamo su montagne e ridiscendiamo valli e, mentre facciamo tutte queste cose, Cuong non smette mai di parlare. Facciamo una sosta al confine fra il Vietnam e la Cina. Cuong ci vuole portare a vedere il punto dove passa il confine esatto fra i due Paesi. Per farlo dobbiamo saltare nella zona cuscinetto e le guardie vietnamite non ci vedono di buon occhio. Ci chiedono i passaporti e se li tengono in attesa del nostro ritorno al di qua della linea. La linea è una linea, sormontata da un montarozzo pomposo con sopra una stele bifronte che in ciascun lato ha inciso il nome del Paese che guarda. Mentre siamo lì ad osservare la mitica stele, sotto di noi c’è un via vai costante di persone che attraversano il confine a piedi, trasportando enormi valige, scatole di polistirolo, sacchi di plastica e altri contenitori opachi dal contenuto misterioso. Cuong vuole fare le foto ricordo. Mi prende la macchina fotografica e immortala la mia famiglia nei pressi della stele di confine. Fa dieci foto, tutte uguali, nessuna a fuoco. I due piccioncini norvegesi invece ci vanno a nozze. Cuong scatta loro un servizio fotografico degno di un matrimonio. Mentre fumo una sigaretta in attesa che la situazione si sblocchi, un bambino dell’età di Leo o poco più passa a piedi attraverso il confine. Sembra da solo. Ha gli occhi grandi e luminosi. Mi saluta in inglese e ci offre una gomma da masticare. Sembra un adulto intrappolato nel corpo di un bambino. Vorrei adottarlo, portarlo con me e viverci per sempre insieme. Lui però se ne va per la sua strada, masticando energico una gomma alla liquirizia.
Arriviamo a Cao Bang stremati dal viaggio. Ci infiliamo in un albergone superchic. Leo si mette a guardare uno speciale su Minecraft in vietnamita. Ha la faccia di uno appena atterrato nel Valhalla. Iris si pianta in bagno a fare una delle sue sessioni di trucco e parrucco; io e Landai scappiamo e ci andiamo a fare una birretta lungo fiume, fantasticando di cosa avremmo fatto se fossimo stati da soli e liberi come uccellini. Dopo cena, Len mi porta a fare un massaggino rinvigorente. I centri massaggi sono ovunque, non costano un cazzo e offrono i servizi più disparati. Ne trovo uno su Google dietro l’albergo. Dalla vetrina scorgiamo una fila di poltrone dove stanno svaccate una decina di donne, intente a chiacchierare, limarsi le unghie e grattarsi le dita dei piedi. Fuori dal centro uno sciamino di scarpe e ciabatte. Lasciamo fuori anche le nostre, ci mettiamo delle ciabattine rosa e contrattiamo per un massaggio total body di un’ora per otto euro. Ci fanno accomodare in una stanza drappeggiata con tende che mai avevano visto una lavatrice. Ci fanno spogliare e ci danno dei mutandoni neri per coprirci le pudenda, poi ci fanno stendere sul lettino. Sopra il lettino una coperta trapunta tipo quella delle nonne. Ci coprono con un altro copertone e mi chiedo quanti umani prima di me fossero stati avvolti in quel sudario. La mia massaggiatrice è piccola e tracagnotta. Non riesco a vederla in faccia perché ho la testa incastrata nel buco del lettino. Mi cosparge d’olio e mi friziona con vigore quasi a volermi staccare la pelle dai muscoli. Quando il massaggio finisce mi sento espanso come la pasta della pizza. Beviamo un tè allo zenzero che ci infiamma le mucose e rientriamo in albergo lasciando una scia di olio al cardamomo e fumo di sigaretta.
La colazione dell’albergo offre un buffet di tutto rispetto. Cerco di gonfiare di pane e uova la pancia di mio figlio, sperando che quel pasto basti per tutta la giornata. Fuori fa freddo, il cielo è grigio e la città è coperta dalla foschia del mattino. Facciamo una mezz’ora di strada per andare a vedere una delle grotte più grandi del mondo, la grotta Nguom Ngao. Quando scendiamo nei suoi meandri troviamo un inaspettato calduccio. Scendiamo in profondità dentro il ventre della terra. La grotta, immensa, si apre su delle cattedrali di stalattiti e stalagmiti; le rocce umide scavate dall’erosione dell’acqua disegnano forme che ricordano i disegni di Giger.
Si sente il rumore dell’acqua che, implacabile, scorre ovunque. Cuong parla e ride da solo, poi sequestra telefoni e macchine fotografiche per fare foto di gruppo tutte storte e fatte a cazzo. Comincio ad odiarlo.
Prima di pranzo andiamo a vedere un villaggio fatto di campi di riso, casine di pietra e cantieri edili. Ci fermiamo a prendere un caffè da una signora che ci fa vedere la sua casa. Le stanze sono spoglie e male in arnese. Ci sono oggetti di vita quotidiana sparsi sui divani e le sedie, un po’ di casino in cucina, bambini piccoli che ronzano sui pavimenti di terra battuta. Il mood che si respira mi ricorda casa. Dopo pranzo andiamo a vedere le famose cascate di Ban Gioc. Ci caricano su un battello e ci portano sotto le cascate. Facciamo una trafila di foto. Iris esige un servizio fotografico completo da poter poi pubblicare sui suoi social network. Dopo ogni scatto lei si tocca convulsamente la sua massa di capelli rossi, assumendo posizioni sempre più improbabili e poi lamentandosi delle espressioni che assume la mia faccia semi nascosta dalla macchina fotografica. Le cascate sono al confine con la Cina e dall’altra sponda del fiume un esercito di battelli cinesi mette a profitto quella risorsa turistica condivisa.

Mentre torniamo ci fermiamo in un villaggio famoso per la produzione di coltelli. Osserviamo fabbri colpire con grossi martelli pezzi di ferro incandescenti. Leo manipola lame di dimensioni sempre più grandi, accompagnando la vista del metallo con poderosi “wow” e occhi scintillanti. Cerco di preservarne l’integrità rimettendo le lame nei foderi; nel frattempo Landai compra quindici coltelli al prezzo di un paio di spritz. Per chiudere in bellezza la giornata andiamo a vedere il Monte dell’Occhio Divino, chiamato così per un gigantesco buco che si apre sulla sommità della montagna. Ci fermiamo in alto sul costone per contemplare la valle. Il fango regna supremo nella valle dell’Occhio Divino. D’estate al posto del fango c’è uno splendido lago ma d’inverno, non si sa perché, si prosciuga, creando il paradiso in terra dei turisti con le moto da cross. Li vedo risalire i costoni con le loro marmitte tutti infangati e felici. Sul costone c’è un barettino. Prendiamo un tè allo zenzero talmente forte che mi viene da piangere. Leo e Iris si lanciano in picchiata giù per la strada a sterro. Li vediamo dopo mezz’ora in fondo alla valle, due puntolini rosa e marroni in mezzo alla vastità dello spazio. Quando rientrano sono dello stesso colore dei motociclisti. Cuong è molto contento di farli salire nel furgone.
Đong Văn
La regione del Đồng Văn dista poche centinaia di chilometri, ma arrivarci richiede una grande quantità di tempo. La strada, stretta e tortuosa, passa a fatica in quell’estremo paesaggio montano, inerpicandosi sui costoni delle montagne con inclinazioni estreme e curve cieche. In alcuni punti la strada si stringe e le macchine si scambiano a fatica; le curve sono spesso a sbalzo sul vuoto. Nessun guardrail, nessuna speranza. Il clacson è l’unico strumento in voga nella zona. Pochi, molto pochi, sembrano prendere in considerazione i freni.
Ci incagliamo quasi ad ogni curva. Procediamo a fatica. La strada viaggia attraverso un unico gigantesco cantiere. Si smuove la terra, si sposta, si carica sui camion che la trasportano in su e giù sul fianco della montagna. Saliamo ancora. Fuori, la terra diventa gigantesca e verde come un paesaggio di Avatar. Le montagne si alzano dalle loro valli come sospinte da una bolla di gas: sono una perturbazione nella piatta matrice della terra. Nelle valli, sui fianchi delle montagne, si vedono le risaie, asciutte come resti di una civiltà antica. Mi sento piccolo. La sensazione mi rilassa.
Attraversiamo il passo e discendiamo verso il fiume Nho Que, che scorre sinuoso come un serpe nella valle. C’è un pallido sole. La discesa verso il basso è vertiginosa. La voglia di vomitare il pranzo impazza dentro il pulmino da quindici posti della Viet-Travel. Arriviamo in picchiata in questo grande parcheggio, dove dei minibus attendono frementi di essere gonfiati di turisti. Non facciamo in tempo a pisciare che già siamo nella pancia del pulmino. Procediamo con la porta automatica scassata che ciondola ebete sotto le spinte cinetiche del pullman. Ci portano a monte di una grande diga. Da lì ci spostiamo a piedi lungo il greto del fiume, assediato da una sfilza di commercianti intenti a vendere cibo e prodotti di artigianato locale. Arriviamo ad un molo e saliamo su un battello blu con il pavimento fatto di assi di legno e canne di bambù. Ci fanno mettere il giacchetto di salvataggio. Poi la barca parte e siamo di nuovo in mezzo all’acqua. Lo scenario suggestivo innesca una corsa forsennata al selfie e alla foto ricordo. La prua della barca si riempie di gente in coda per scattare una foto. Una tipa si mette in canottiera e accenna dei passi di danza davanti al suo cameraman.

L’acqua ha il colore del corallo e viene voglia di tuffarcisi dentro. Il fiume procede lentamente facendo gincana fra le pareti di roccia. La barca si ferma. La corrente ci spinge verso l’orizzonte che compare timido fra le montagne. Stiamo sospesi così per qualche minuto, poi facciamo inversione e torniamo verso il molo.
Arriviamo in albergo che è già buio. Dopo cena facciamo un giretto per il paese. Ci fermiamo in una piazza costruita sotto una parete di roccia. C’è movimento. Sembra una sagra paesana. Un gruppo di ragazzi in abiti tradizionali danza con degli strani pifferi. È un incrocio tra un ballo tirolese e una break dance. Altre ragazze in gonnella rossa fanno da controfigura. Ci fermiamo a bere una pappa brodosa e dolce di cui non ricordo il nome. Stiamo seduti su panchetti di plastica in mezzo alla strada. I piedi intorno ad un piccolo braciere pieno di pezzi di bancali.
La mattina dopo non sentiamo la sveglia. Ci svegliamo per caso cinque minuti prima della partenza concordata. Ci alziamo dal letto come soldati del beneamato corpo dei Marines. Raccattiamo con foga la roba sparsa per camera, svegliamo i ragazzi a calci volanti, gridando ordini in tedesco, ci laviamo i denti con lo scopettino del cesso e arriviamo con dieci minuti di ritardo. Sullo spiazzo antistante l’albergo, gli altri ci aspettano, lanciando sguardi di riprovazione nei confronti nostri e delle nostre mancanze.
L’hotel non serve colazioni, così torniamo con il pulmino in piazza e ci affolliamo in una bettola con le mattonelle della nonna e i tavoli di compensato. Una signora sta sull’uscio e rimesta un’enorme pentola di brodo. Sulla superficie unta e luccicante affiorano ossa di pollo e brandelli di pelle giallastra. Il brodo di pollo è un’entità senziente: sta attaccato alle pareti, sulla superficie del tavolo, sui commensali. Mi siedo su un panchetto con le spalle al muro. Ho la nausea. La signora mi mette una ciotola di brodo fumante sotto il naso. Vedo il coriandolo rimanere intrappolato nelle bolle di grasso e per un pelo non ci vomito dentro. Esco di corsa, Cuong mi segue allarmato. Mi indica di riposizionare il mio corpo sul panchetto, ma io gli spiego in inglese che non ce la faccio. Lui mi odia. Io faccio finta di parlare al telefono e mi allontano. Quando mi giro lui è ancora fuori dal locale, gli occhi pinzati nella mia direzione. Ho paura che venga a picchiarmi.
Andiamo a visitare la torre della bandiera di Lung Cù nell’estremo nord del Paese. Per arrivarci hanno fatto una scalinata di 400 gradini, ma a noi ce ne fanno fare solo 100. È un pisellone di mattoni di una quindicina di metri. In cima hanno piantato una colossale bandiera del Vietnam che sventola impazzita ad intimidire il territorio cinese. Mi arrampico con Iris in cima ad una lunghissima scala a chiocciola. Quando arriviamo in cima alla torre troviamo un gruppo di signore che si sparano pose di gruppo davanti ad un telefonino;

lanciano le loro esili braccia impellicciate verso il cielo e piegano la testa come navigate pop star coreane. Una signora ha anche un vestito rosso con un’enorme stella gialla sul petto. Sembra una star della Marvel.
Nel pomeriggio facciamo una serie di visite lampo in quelli che un tempo erano dei remoti villaggi e che oggi sono mete turistiche. Le case in fango con i tetti di pietra dove prima abitavano i contadini adesso ospitano guesthouses. Lungo le strade, i bassi si aprono in caffetterie, posti dove mangiare e bere, negozietti di artigianato locale. Il resto del paese è un cantiere. Gruppi di uomini e donne si muovono in mezzo ai turisti trasportando carriole di sabbia, dando energiche martellate a pali di ferro, costruendo tetti e sgommando in motorino. Ci muoviamo lenti in questo strano mix di mondi sovrapposti. Sembra un po’ un Truman Show, l’esplosione della quarta parete che dovrebbe dividere noi turisti dalla macchina che fa girare lo spettacolo del turismo di massa.
Tutti si fotografano. Molti si vestono con abiti tradizionali e si fanno fotografare in ogni anfratto armonico del paesino. Mentre schivo l’ennesima intrusione in una foto altrui, quasi inciampo su uno stormo di bambini. Età variabile tra i tre e i sette anni, sporchi di terra e estremamente liberi di andare in giro per il paese. La gang di nani se la sente calda, ti guarda con un sottile atteggiamento di sfida, si sente padrona del suo territorio. Provo a lanciare Leo nella mischia, ma lui si sottrae nella sua timidezza. Rivedo nei loro occhietti a mandorla la grinta dei bimbi del Cecco Rivolta, un senso di libertà e di comunione che mi commuove e mi fa sentire a casa. Le donne portano tutte uno scialle multicolore, chi al collo, chi annodato in testa. C’è della coolness e dello stile nel loro modo di portarlo addosso. È un copricapo tipico di alcune delle minoranze etniche che popolano queste montagne. Li vendono dappertutto e sono molto apprezzati dai turisti. Ognuno di noi compra il suo bravo copricapo multicolore. Torniamo sul pulmino con i copricapi in testa, ma sembriamo dei coglioni.
Ci fermiamo a vedere la residenza storica di un’importante famiglia. Mi perdo con Leo a girovagare per la struttura. Scendiamo e saliamo, usciamo fuori e poi rientriamo. La casa sembra lo stage di un videogame. Nelle stanze ci sono fucili d’epoca, spade e kimono, servizi da tè e porte intagliate. Ci sediamo in una stanza fresca e ombrosa. Rispondo ad una sequenza interminabile di domande di mio figlio sulla difesa del feudo dagli invasori esterni. Mentre parlo vedo Iris con il telefono in aria e la faccia contrita, in cerca della copertura internet. Ci arrampichiamo di nuovo su per la montagna. Attraversiamo la terra guardandola dall’alto. Arrivati al passo Tham Mã, apice estremo della strada della felicità, scendiamo per un break contemplativo. C’è un chiringuito volante circondato da un nugolo di motociclisti e turisti. Prendo una birretta e la smezzo con Landai. Contempliamo la strada sotto di noi che scende a zigzag come un’onda elettromagnetica e si perde sul fondovalle. Si vede il fiume luccicare in fondo al campo visivo. Il cielo è scuro e mette in risalto il verde denso delle montagne e il grigio della pietra. Faccio un po’ di foto anche io, tanto per aumentare l’entropia del momento. Iris si mette a giocare con un gruppetto di motociclisti italiani. Mi giro e c’è Cuong che mi indica il bagno.

Passiamo la notte ad Ha Giang e il giorno dopo ci svegliamo di buon’ora. Riempio Leo di toast e uova, poi carichiamo tutto sul pulmino e ci spostiamo a vedere il museo di Ha Giang. Il museo è ben curato e dentro c’è un mega ripasso di tutto quello che abbiamo visto nel viaggio. Sfortunatamente la guida che ci viene assegnata parla solo vietnamita, quindi gironzolo con Leo rispondendo alle circa mille e duecento domande che mi pone, spaziando dalla costruzione di muri a secco al sistema di riproduzione delle meduse. Ogni tanto alzo gli occhi per vedere dove è collocato il nostro gruppetto; Cuong mi guarda da lontano con disapprovazione. Prima di ripartire per Hanoi passiamo a fare due foto ad un cippo inutile come i turisti che ci si fotografavano sotto. Mi annoio ad osservare l’infinita vacuità del tutto.
Hanoi
Arriviamo ad Hanoi nel tardo pomeriggio. Per la strada c’è un casino d’inferno. Un inferno di macchine, motorini e pulmini da quindici posti. Passiamo sopra al grande fiume. Più ci avviciniamo al centro più le macchine si diradano lasciando il posto a stormi di motorini scoppiettanti. Sui motorini di Hanoi non vai mai da solo. Sei sempre almeno in due, spesso in tre, non di rado in quattro. Se proprio devi andare in giro da solo allora trasporti qualcosa, chessò una bombola, un frigorifero, un cottage norvegese. I bambini vengono incastrati sui manubri, messi a panino fra i genitori o legati al portapacchi. Non sono dotati di casco, ma hanno dei simpatici copricapi morbidi con le orecchie chiusi da una visiera di plexiglas. Altro dettaglio fondamentale: in motorino si va in ciabatte.
Mentre ci avviciniamo al centro, il caos acustico intorno a noi raddoppia di intensità. I marciapiedi sono affollati di motorini parcheggiati e le strade sono piene di gente. I mezzi fluttuano dentro questo ammasso di corpi paradossalmente senza mai uccidere nessuno. A Landai viene l’ansietta e comincia a fare domande a caso a ogni membro della truppa: chiede tre volte ragguagli sul numero civico, su quali bagagli dobbiamo prendere, su cosa deve mettere Leo, su quale espressione deve indossare Iris; in questo clima da sbarco in Normandia, scendiamo dal pulmino e, carichi d’ansia e di valige, ci lanciamo in massa in quella bolgia infernale.
La prima cosa che mi colpisce è il rumore. I clacson, prima di tutto, qui non sono solo dei suoni ansiogeni e caotici, sono un linguaggio primordiale. Gli abitanti di questa città li usano anche per comunicare emozioni complesse, stati d’animo e inviti all’azione. La linea ritmica di Hanoi è fatta di clacson. Su questa imperversano una miriade di venditori ambulanti con il megafono e la voce registrata, le marmitte dei motorini, il cigolare di biciclette, roba che frigge o che bolle o che abbrustolisce, il chiacchiericcio della folla, le campane, le casse dei ristoranti e i megafoni gracchianti del Partito Comunista. Camminiamo in mezzo alla strada, perché i marciapiedi sono pieni di roba, di gente, di motorini, biciclette, polli vivi, padelle, pezzi di cibo, fumatori di pipe. Procediamo contromano, perché preferisco vedere la morte arrivarmi in faccia piuttosto che essere preso di sorpresa da dietro.

Avanzo a fatica. È appena finita la scuola e ci incastriamo in un fiume di marmocchi con lo zainetto e le orecchiette carine. Sono un salmone vecchio che tenta di risalire un torrente di montagna, faccio fatica a rimanere in piedi. Tengo Leo davanti a me e lo controllo colpendolo con le valige a destra o a sinistra quando perde la direzione. Vedo la nostra morte per incidente stradale almeno una quindicina di volte. Alla fine arriviamo alla cattedrale sotto la quale sorge il nostro glorioso B&B. La cattedrale non c’entra un cazzo in quel posto, sembra di essere a Parigi o a Vienna, ha l’aspetto austero e tetro da film gotico, le sue parti di cemento sono scurite dallo smog. Sotto la cattedrale una foresta di turisti si rappresenta nei loro rispettivi obiettivi. Per accedere alla nostra casa ci infiliamo in uno stretto e lungo corridoio che procede a zig zag fra le costruzioni. In quel corridoio ci vive varia gente, visto che è praticamente ricoperto di ciabatte, palloni, utensili da cucina e panni a stendere. La casa è carina, con tre camere da letto e uno spazio living con cucina. Ci sistemiamo, molliamo figli e nonni a rilassarsi e torniamo nella rumba per berci una birretta.
La piazza della chiesa è quasi immune dal traffico. Un’isola felice e di relativa calma, diciamo a basso coefficiente cinetico. Su un angolo della piazza c’è una bettolaccia che non si capisce bene cosa venda. Sull’ampio marciapiede stranamente sgombro di mezzi sono disposti una miriade di panchetti di plastica colorati. Sopra i panchetti una folla di gente varia beve del liquido giallastro freddo da dei bicchieri di plastica e mangia semi di zucca sputando i gusci in terra. Ci incastriamo su un paio di panchetti liberi e compriamo due birre al prezzo di una nocciolina. Guardo la città scatenarsi pochi metri più avanti. Si sta bene seduti sui panchetti ad Hanoi, fuori dal flusso e nello stesso tempo parte del magma urbano. Poi qualcosa succede e i titolari dell’attività cominciano a mollare fendenti nei deretani dei convitati con una cannetta di bambù, facendo gesti con le mani. Tutti si alzano, anche noi lo facciamo. In pochi istanti tutti i panchetti sono stati impilati e messi dentro il locale. Le persone si disperdono o rinculano, pressati come sardine entro i confini della bettola. Pochi secondi dopo arriva un gendarme con il suo cappello con la stella, il manganello e la divisa verde militare. Non dice nulla, ci guarda con disapprovazione. Fa qualche passo per la piazza lanciando occhiate infuocate. Le persone lo guardano in silenzio, mangiano semi e sputano le bucce nelle mani. Poi la guardia gira il culo e se ne va. Non passa neanche un minuto e la folla confinata nella bettola tracima sul marciapiede, liberata dall’argine visivo dell’autorità. Gli sgabelli ricompaiono e tutto ricomincia come se nulla fosse successo.

La sera andiamo a mangiare i Bún Chả. L’animo della compagnia è alle stelle. Nessuno a dirci cosa fare o mangiare. Facciamo quello che ci pare. Ci perdiamo nel caos del centro, attratti dalle immagini della città. C’è un centro massaggi ogni venti metri. Sulla strada, delle signore con le spalle appoggiate alle porte invogliano i clienti a fermarsi. Le loro nenie gentili e sussurrate sono un vento leggero che attraversa la via. Tengo Leo per il cappuccio della felpa e lo muovo come un joystick sull’asfalto ingombro di mezzi, per cercare di metterlo in salvo da qualche pericolo imminente. La mia mente ricalcola costantemente traiettorie e punti di impatto. Avanziamo in una gincana lisergica, saltando o circumnavigando le cose e le persone più disparate: motorini, gente che mangia su dei teli per terra, padelle piene di cibo, gatti, conigli, venditori ambulanti, bicchieri, panchetti, lustrascarpe e venditori di castagne. Ci muoviamo in questo mälstrom primordiale e diventiamo parte di un flusso, che non impatta ma rallenta, non forza ma asseconda. Come le barchette azzurre di Ninh Binh, le persone e i loro mezzi di trasporto scaricano le energie in eccesso nel flusso collettivo che innerva la città. Una “società idraulica”, come la definisce Franco La Cecla in un suo racconto di viaggio.
Osservando la gente capisco che il trucco è lasciare, non trattenere, sciogliere le spalle, non tendere il collo. Seguire il flusso, assecondare il movimento. Attraverso le strade senza tentennamenti, mantenendo una velocità lenta e costante, la mia testa si muove con la sicumera di una telecamera di sorveglianza. Il mio volto è sereno, comunica fiducia, una disperata fede nel flusso che tutto trasporta.
Il mattino successivo ci svegliamo presto a causa dell’estrema adiacenza del nostro B&B al cortile esterno di una scuola elementare. In quel cortile tutte le mattine alle otto in punto una maestra psicopatica incita ed esalta i pargoli gridando frasi scomposte ed enfatiche sopra una musica feliciona e ansiogena. L’evento getta una nota di risentimento negli animi della truppa che si accordano fra loro in un blues di insulti soffocati. Passiamo la giornata in giro per la città. Scopro che ognuna delle trentasei strade del centro ospita una precisa categoria di artigiani: i fabbri, i falegnami, i becchini, i ferramenta, i casalinghi e così via. Così, se ti serve il nastro isolante, sai in che via devi andare per trovarlo. Noi però siamo a caccia dell’inusuale e dell’incredibile e non c’è una strada apposta per questo; è dappertutto e da nessuna parte.

Andiamo al lago Hoan Kiem (della Spada Restituita). La leggenda narra di un condottiero che riunì il Paese scacciando gli invasori grazie al potere magico di una spada, donata all’eroe da una tartaruga. E che questa tartaruga, alla fine della lotta, riemerse per chiedere indietro ciò che era stato soltanto prestato. Nel lago della Spada una volta c’erano tartarughe semi-milenarie, portatrici di memoria e saggezza. Adesso non ci sono più o si nascondono sul fondo lago, facendo vedere a noi turisti solo pallidi ricordi del loro antico splendore. Se rivenissero a galla adesso, non riconoscerebbero gli alberghi e le agenzie viaggio, i ristoranti e i bar chiassosi e affollati. Vedrebbero due mondi sovrapposti, quello che era e quello che la città sta diventando, sospinta dalla marea incalzante della crescita, del turismo di massa, della progressiva globalizzazione della cittadinanza. A chi consegnerebbero questa volta la spada? Al Partito? Alle multinazionali? Ad un eroico sfigato? Quale dei due mondi dovrà essere spazzato via per riunire tutti gli umani? Nessuno lo sa e probabilmente neanche le tartarughe.
Girovago con Leo intorno al cadavere imbalsamato e lucidato di un gigantesco carapace di quasi due metri. Rimaniamo entrambi folgorati dal pisello del rettile, asportato e messo in bella vista ai bordi della massiccia bestia. Non tanto per le dimensioni, comunque ragguardevoli dell’organo, ma per la sua forma: una specie di ancora, di ascia bipenne forgiata da un fabbro in fissa con il barocco. Perché la natura deve dotare un essere di un cazzo così complicato, se non per castigarlo? Forse le tartarughe del Lago della Spada Restituita sono così longeve perché ci vogliono almeno duecento anni per imparare ad usarlo. Attraversiamo a piedi un pezzo di città per andare a vedere un posto di cui non ricordo il nome. Anche lì, guarda un po’, c’è un laghetto, con porticcioli e isolette, tutto ricoperto di ragazze che si fanno fotografare. Lo spazio restante è occupato dalle troupe fotografiche. Però non c’è casino. Ci rilassiamo su una panchina, poi entriamo in una serie di chiostri, scavalchiamo porte giganti, girovaghiamo per curati giardini. I clic degli otturatori battono un ritmo sincopato sul nostro presente. Ci sono pesci dentro le fontane che affamati mostrano le loro languide labbra boccheggianti sul pelo dell’acqua. Leo vuole comprare un pop-up a forma di pagoda, Iris mi chiede di strapparle l’anima con la macchina fotografica.

La sera dopo cena pianifico e metto in atto una fuga con Landai. Abbandoniamo i nostri familiari al loro destino e ci lanciamo nella notte di Hanoi. Senza figli e nonni ci muoviamo leggeri, mi sento come Remo Williams quando si toglie i parastinchi di piombo. Schiviamo e scartiamo di lato con agilità. Una gomma di un motorino frettoloso morde il polpaccio a Landai, una signora piegata su una bici gigante cerca di infilarmi a forza delle polpette fritte in bocca. Giriamo a caso per il centro, finiamo in una via affollata piena di chioschi e bar che vendono cibo e birre. Ci sediamo su due panchetti liberi e veniamo assaliti da tre giovani promoter che ci indicano delle birre su dei pezzi di carta plastificata. Ne scegliamo una a caso e loro si dileguano lanciandosi su qualche altro sventurato avventore. Rimaniamo sospesi con le nostre Tiger Beer ad osservare il crogiolo di umanità che ci sfila davanti. Una signora mi chiama con la manina invitandomi ad entrare in un centro massaggi mimando con la bocca parole che non comprendo. Un tizio spinge un carrello di ferro con sopra una cassa pre-amplificata grossa come una lavastoviglie. Ogni tanto si ferma e offre il microfono a qualche passante per permettergli di esibirsi in uno street karaoke. Un gruppo di biondissime turiste americane si mette a cantare una hit anni ’80, berciando e ancheggiando mentre una compare riprende il tutto con il suo smartphone. Lo spettacolo è orripilante e raccoglie in sé tutto il male possibile. Proseguiamo la nostra esplorazione inoltrandoci nella via che diventa sempre più ingombra di gente, di musica e di casino assortito. Un ragazzo butterato con un cappellino della Guardia Rossa mi offre della weed, poi veniamo accalappiati da un altro tipo che ci fa sedere su due sgabelli e ci mette in mano altre due birre. Siamo talmente in mezzo alla strada che le ruote delle biciclette ci passano sui piedi. Accanto a noi due signore in ciabatte scaldano delle melanzane su un piccolo braciere. Fra una melanzana e l’altra chiacchierano fra di loro, una delle due si massaggia i piedi con un pezzo di legno. Dietro di loro, un pollo becchetta avanzi di cibo sul marciapiede. Dietro il pollo, una signora cuoce una brodaglia in un pentolone di latta seduta a cavalcioni sulla sella di un motorino, dietro il pentolone un gruppo di ragazzi beve un tè al limone. La strada è densa come un brodo primordiale e le persone passano a fatica attraverso il crocicchio infernale dove ci siamo collocati. Un ragazzo ben vestito ci offre schermi protettivi per i nostri telefoni, la vecchia con la bici e le polpette fritte si rifà avanti, ingaggiando una lotta di posizionamento con il tizio dei cellulari. Stiamo qualche minuto a fare no con la mano mentre ci passano sotto il naso schermi di plastica e polpette semi-carbonizzate. Da un locale lì vicino esce un casino d’inferno.

L’incrocio è rischiarato dalle luci strobo e dai neon colorati delle insegne dei bar. Un tipo con una macchina enorme pretende di passare in mezzo alla gente e frustrato suona il clacson con cadenza regolare ma tutti se ne infischiano e non si spostano di un centimetro. Alla fine decide che deve passare comunque e comincia ad avanzare come un cowboy moderno in mezzo ad una mandria. La folla accoglie la bestia di metallo come se fosse fatta anch’essa di carne. Nessuno, assolutamente nessuno, pare sentire il suo maledetto clacson ammorbare l’ambiente. Ce ne andiamo in cerca di un angolino più tranquillo. Ci infiliamo in una bettola infima e tranquilla poche centinaia di metri più avanti. Ci beviamo due gin tonic limonosi poi, entro nella bettola alla ricerca del bagno. Seguo le indicazioni della mano dell’oste, passo dentro una rabberciata cucina, attraverso svariati sgabuzzini, corridoi e corti interne dove persone vivono in case grandi come stanze. Il bagno è laggiù, in fondo, in fondo. Ci entro a fatica passando da una porticina scalcagnata che non si chiude. Lo spazio è grosso come la cabina di pilotaggio di un F-22. Piscio con le ginocchia flesse e la testa reclinata all’indietro. Mi bruciano i quadricipiti, rido come un cretino. Prima di andarmene appiccico uno sticker sulle mattonelle a testimonianza del mio passaggio. Mi affratello ai pochi con cui ho condiviso questa esperienza, mi sento parte di una risicata élite.
Ci godiamo il tempo che abbiamo. Parliamo e ascoltiamo, diciamo cazzate, facciamo progetti. Il gin tonic finisce e ne prendiamo un altro, poi un altro. La città intanto si attenua, il traffico si dirada, portandosi dietro il suono dei clacson. Sulla strada del ritorno, Landai attacca bottone con il pusher, parlottano in vietnamita, io gironzolo lì intorno e vengo avvicinato da una cara signora. Mi guarda e ripete “Romantic Massage”, sfregandosi le manine libidinose. Rimango interdetto; lei mi piazza un iPad sulla faccia mostrandomi un catalogo di ragazze succinte. Indico Landai ridendo, lei mi fa “shh” con il dito sulle labbra e arretra con lo sguardo filibustiere, facendomi segno di seguirla.
Il giorno dopo ci facciamo venire una grande idea e andiamo a noleggiare delle biciclette, per compiere la circumnavigazione del Lago dell’Ovest (Tay Ho). Costeggiamo la riva in fila indiana; niente ciclabili, siamo un serpente di ruote e metallo che si allunga e si scorcia lungo la strada. Leo è su di giri. Sta seduto nel seggiolino dietro di me e fa domande a raffica. Len ride sotto il caschetto. È una giornata primaverile ad Hanoi, ci togliamo i giacchetti e continuiamo a pedalare. Troviamo il nostro ritmo, l’acqua ci porta in piccole strade, vicoli, ponti e parchi. Tanti pescano lungo le sponde del lago, accovacciati sui calcagni o a cavacecio su un parapetto. Nei bassi, sotto le tende si vendono esche, pesci vivi e cibo di strada. Qualche bar raccoglie gente varia sotto i suoi dehors vista lago. Ci fermiamo in un santuario. Intorno al tempio le persone bruciano vestiti e soldi di carta gettandoli a manciate sulla fiamma viva di un focolare. Ci avviciniamo al Tết, la festa di Capodanno, e la gente manda doni ai propri antenati attraverso questo ancestrale sistema postale. C’è anche una signora seduta per terra, circondata di gabbie di bambù e piccoli sacchetti di carta. Una vasca di plastica alla sua destra contiene dei pesciolini più morti che vivi. Su una bacinella azzurra rovesciata, mazzi di banconote finte come quelle del Monopoli. Puoi comprarti un uccellino o un pesciolino, per poi liberarlo sul lago. Puoi guardarlo allontanarsi e portare con sé la tua speranza nel futuro.
Stiamo ad Hanoi ancora qualche giorno, comprando carabattole e pensierini per gli amici e i parenti. Visitiamo i quartieri artigianali intorno alla città, dove compriamo altre cose, poi compriamo un’altra valigia grossa come un frigorifero dove stivare le cose comprate. Il pomeriggio prima della partenza vado a farmi un giro da solo. Mi perdo per i vicoli, giro in tondo, indugio davanti alle vetrine e faccio qualche foto. Seguo un cane randagio che zoppica e mi ritrovo in una stretta via piena zeppa di botteghe. C’è un barbiere antico come la sua poltrona che taglia i capelli in mezzo alla strada. Accanto a sé ha una cassa pre-amplificata che spara musica di merda ad un volume allucinante. Tutto intorno, seduti sui panchetti o direttamente sui marciapiede, altra gente con la panza osserva l’artista all’opera mentre taglia una frangia ribelle a un marmocchio di dieci anni.

Resto lì, folgorato, fino a quando il barbiere non mi mostra la poltrona. Mi ritrovo a gesticolare per comunicargli le mie volontà, lui non parla inglese, io non parlo vietnamita e comunque la musica copre anche i nostri pensieri. Lui accenna con la testa di aver capito e mi riempie le tempie di mollette. Mentre taglia io già pregusto il fallimento dell’operazione. In dieci minuti ha finito il taglio e mi guarda soddisfatto in attesa di approvazione. Io faccio ok con il dito anche se penso mi abbia fatto un taglio di merda. Nemmeno lui è soddisfatto. Mi prende la mascella e la ruota da entrambi i lati per scrutarmi da nuovi punti di vista. Si acciglia e decide che deve farmi anche la barba. La mia faccia scompare in una nuvola di schiuma. Ci mette un tempo interminabile. Sto diventando sordo a causa della musica che prorompe pornografica a pochi centimetri dal mio orecchio. Quando si dedica alle rifiniture è sceso il buio sul vicolo. Un lampione caldo ci illumina come un occhio di bue, lasciando in ombra tutte le altre comparse. La poltrona, il barbiere, lo specchio, le lucine intermittenti dello stereo, sono tutte parti imprescindibili di un’unica scena, uno spettacolo ad uso e consumo dei pochi occhi presenti in quel vicolo nascosto, in mezzo a una città di otto milioni di abitanti. Quando il giorno dopo saliamo sul pulmino che ci avrebbe portato in aeroporto, la città sembra più arrabbiata del solito. Leo gioca con il mio telefono, io ho la testa appoggiata al finestrino e guardo fuori quel brulicare di umani sfrecciare da ogni lato, ingombrare strade e marciapiedi, piluccare da ciotole di plastica o armeggiare sui telefonini. Un’umanità che irrompe e strabocca da ogni lato, come acqua, tracima dalle dighe, aggira gli ostacoli e travalica le barriere. La città è un fiume in piena, un gorgogliare di vite. Sui palazzi, sulle rotonde e sui muri campeggiano bandiere rosse con la stella, proclami e propaganda sventolante. Si promuove il congresso del Partito in cui si deciderà chi sarà il prossimo carismatico leader. L’ultima immagine che vedo è quella di un gendarme solitario, in piedi in mezzo ad una rotonda, sotto alla gigantografia del compianto Ho Chi Minh. Guarda sperso la città che gli ronza intorno, totalmente indifferente alla sua esistenza.