Viaggio a Creta

Di pandemie, aspettative, botte di culo e mito

Prologo

Nel dicembre dello scorso anno, nel pieno della guerra tra no-vax e sì-vax, il virus era entrato prepotentemente per la seconda volta al Cecco Rivolta. Nel disperato tentativo di evitare il contagio, avevamo preso figli e bagagli ed eravamo scappati a Chianciano, nella casa della mia giovinezza, per fare la quarantena. Chiaramente, dopo pochi giorni, manifesto i magnifici sintomi e mi dirigo ramengo a fare il tampone sotto gli occhi sconsolati della mia famiglia, che mi guardava come si guarda una condanna a morte. Decido per un antigienico rapido che, sebbene ai tempi non valesse un cazzo, mi avrebbe dato un responso immediato.

La farmacia di Chianciano aveva allestito un baracchino stile Festa dell’Unità sul marciapiede davanti al portone. Mi presento lì e mi faccio strada fra la bolgia raccolta intorno all’unico farmacista asserragliato nel bugigattolo. Era tutto un berciare e uno sventagliare di foglietti di prenotazione; pareva di essere davanti a un manipolo di incalliti scommettitori di combattimenti tra galli. Riesco a inserirmi e a farmi tamponare mentre gli astanti facevano “A” con la bocca in sincrono con me. Dopo dieci minuti mi sento chiamare e improvvisamente la folla si quieta.

Il farmacista mi fa segno di avvicinarmi. Il pover’uomo, incaricato di darmi il responso, si guardava intorno sconsolato: sapeva che sarebbe stato impossibile parlare con me senza informare tutto il paese lì intorno. Mi avvicino cercando di minacciare con lo sguardo i curiosi e alla fine devo trattare male una signora che quasi scavalcava la finestra della baracca per capire il mio stato di salute. Alla fine il farmacista dà il verdetto: positivo. Dalla folla si alza un “ohhh” di soddisfazione.

Me ne torno a casa triste ma determinato, e metto Landai di fronte a un duplice scenario:

  • A) mi asserraglio in una camera col computer e lascio lei fuori a gestire bucato, spesa, cena, pargoli e lavoro.

  • B) attacco il Covid a tutti e, quando ne usciremo, lo faremo insieme e più forti.

Essa ci pensa un attimo e subito dopo mi infila due metri di lingua in bocca, suggellando il patto con uno scambio di fluidi. Ci carichiamo in macchina per trasferirci a casa dei nonni “di terzo livello”, che stavano trascorrendo le vacanze di Natale in Svizzera. Lì c’era un giardino, eravamo isolati e tutto ciò avrebbe reso la clausura meno pesante. O almeno così credevamo.

Passiamo più di un mese chiusi in casa e, subito dopo Natale, tentiamo di prenotare un molecolare per uscire dall’isolamento. Purtroppo in quel momento si era ammalato l’intero universo ed era più facile farsi fare una tac total-body dal Dott. House in persona che trovare un appuntamento. Una notte, alle 3:00, riesco miracolosamente a prenotare per tutta la famiglia alla Synlab, che nel frattempo aveva fatto i miliardi e stava per essere quotata in borsa. Vado a letto stravolto ma felice, sperando di festeggiare il Capodanno con i miei amici.

Ci presentiamo al laboratorio con le mascherine, anche se ormai non avevamo sintomi da venti giorni. Fuori ci sono i tornelli come allo stadio; gente di ogni sorta si aggira disperata mentre un’inserviente chiaramente scoglionata chiama le prenotazioni. A un certo punto, questa rovescia gli occhi al cielo e urla: “Menicheeeetti – 11:30!”. Mi avvicino affabile con il bambino per mano e faccio notare che forse c’è un errore. La tipa mi guarda e mi chiede il nome: le mostro con sguardo benevolo la prenotazione sul telefono. Lei legge, poi guardandomi come si guarda un boomer spaziale, mi fa notare che la data è sì per le 11:30, ma del 7 gennaio e non del 27 dicembre. La figura di merda viene amplificata dalla folla a capannello e quasi non sopravvivo allo sguardo di commiserazione di una novantenne in attesa.

Me ne vado come Enea in fuga da Troia, con Landai che infierisce sul mio cadavere manco fosse un avvoltoio. Torniamo a casa e scatta la reazione a catena: litighiamo prima con i figli e poi fra noi, giungendo a una guerra fredda che trasforma l’amabile dimora in campagna in una Cipro del dopoguerra. Per risollevare gli spiriti, verso mezzo litro di vodka a Landai e le propongo di pianificare l’estate. L’idea suscita eccitazione e iniziamo a fare ipotesi assurde interrogando l’oracolo di Google.

Consapevoli delle fatiche passate a girare come adolescenti in tenda ma con due figli e il fisico da quarantenni attempati, conveniamo che quest’anno la vacanza sarà rilassante. Cerchiamo una casina sul litorale toscano, ma l’operazione richiede l’espianto di un organo o la vendita di un figlio. Valutiamo quindi l’estero e lì, come due stolti, ci immaginiamo dispersi su un’isoletta del Mediterraneo, sotto cieli sconfinati, con il sole che scalda la pelle, cibo buono e mare da sogno. Ci vediamo già sui lettini con un libro, i figli felici tra i flutti e nessuno che ci rompa i coglioni.

L’aspettativa — quella bestiaccia infida gonfiata dalla serpe dell’immaginazione — ci riempie il cervello di immagini farlocche che ingannano la noia dell’isolamento. Come un ossesso cerco voli per la Grecia. Le isole piccole sono difficili da raggiungere, finché non scovo una super offerta Ryanair per Creta. Ah, Creta! Culla della civiltà, posto magico e fatalmente a portata di portafoglio. Sbavando sulla tastiera come due carlini eccitati compriamo quattro biglietti, rendendoci conto solo dopo che spenderemo il doppio rispetto a una casa di merda a Marina di Bibbona. Ma vuoi mettere Creta!

Landai si trasforma in HAL 9000 e inizia a iper-documentarsi. Dopo due ore di immersione in rete vaticina: il posto migliore è al SUD. Lontani dalla civiltà, isolati come Plutone: noi, il mare, la natura. Troviamo una sistemazione su Airbnb che dalle foto sembra un sogno: nuova, accogliente, con giardino, vicina a una spiaggia incredibile e a un prezzo onesto. Il mio cervello da primate si trasforma in quello di un polpo e, seguendo la legge stimolo-risposta, prenoto 14 notti senza valutare alternative. Fumiamo una sigaretta post-coitale e ci dimentichiamo di tutto, tornando alla routine.

Meltemi

Atterriamo a Creta il 16 luglio 2022. Passo il viaggio a rispondere alle domande di mio figlio sulle ali dell’aereo e a leggere un libro per smettere di fumare, sotto l’occhio compassionevole di Landai. Appena sbarcato, accendo subito una sigaretta e mi lancio alla ricerca del car-rental. A Creta non sopravvivi senza auto; l’aeroporto è un fiorire di compagnie che sembrano avere cliniche per l’espianto organi collegate al bancone. Noi avevamo prenotato da remoto (spendendo comunque una sgragnolata di soldi) e, dopo aver chiesto indicazioni a 500 persone in 14 lingue, troviamo la nostra agenzia, sconosciuta ai più e collocata ai margini estremi della struttura. Ci rifilano una macchina mai vista con 45.000 km, ma che sembrava un relitto degli anni ’80 — tipo una Talbot — di quelle dove quando ti siedi il culo tocca terra e i sedili di pelle scamosciata puzzano di antico. Ad ogni modo, ci sono la radio che trasmette musica greca inascoltabile e l’aria condizionata.

Partiamo per Triopetra. Attraversiamo un paesaggio fatto di distributori carissimi e pick-up ammaccati. Mangiamo qualcosa lungo la strada e nel pomeriggio imbocchiamo una carreggiata che si snoda fra le montagne. Notiamo subito che i tre quarti della terra sono bruciati o stanno bruciando. I pompieri presidiano i centri abitati per proteggerli dalle fiamme. Il paesaggio è brullo, punteggiato di capre e pecore; i rari alberi sembrano giapponesi in kimono in mezzo a tedeschi ubriachi all’Oktoberfest. A un certo punto la strada scende e il blu del mare si staglia violento contro l’ocra della terra.

Gironzoliamo alla ricerca della casa chiusi nell’abitacolo finché notiamo su un colle una costruzione simile alle foto. Ci inerpichiamo su una stradina di cemento. Di fronte c’è un’altra villetta dove un vecchio tedesco a torso nudo cammina verso il cancello. La sua capigliatura alla Boris Johnson si impenna verso destra, sospinta da una forza oscura. Avanza formando un angolo di 45 gradi rispetto al terreno, come un ubriaco. Landai fa per uscire a chiedere indicazioni, ma appena prova ad aprire la portiera, il vento gliela richiude sul viso con violenza.

Capiamo che il vecchio non è sbronzo: sta lottando contro i flutti per chiudere il cancello prima che si stacchi. Mi faccio forza, esco e mi lancio contro il tornado. Arrivato da lui cerco di comunicare, ma il vento copre ogni suono. Mi indica la casa sottostante. Panagiottis è lì che ci aspetta; ci offre cocomero e succhi di frutta mentre alla TV un finto acquario tropicale fa a cazzotti col sibilo della tormenta che scende dal camino. La casa è carina, ma Panagiottis mi prende da parte e mi raccomanda di non lasciare MAI le finestre aperte. Prima che se ne vada, mi accorgo che la serratura della porta è rotta, sbranata dalla furia del vento. Lui bestemmia in greco, promette di tornare il giorno dopo e ci dota di sacchi di sabbia per sopravvivere alla notte.

Gli chiedo se sia sempre così “windy” e lui risponde che è il Meltemi, ma che tra qualche giorno passerà. Il Meltemi è un vento caldo che soffia in Grecia e Turchia; di solito è gestibile, ma a volte supera i 50 nodi. Guarda caso, Eolo ha deciso di tirare giù le porche madonne proprio il giorno del nostro arrivo; è lui il responsabile degli incendi che devastano la montagna.

Appena Panagiottis se ne va, esco a rimirare il panorama cercando di restare in piedi. Da una parte il mare, tutto intorno un paesaggio lunare di creta e arbusti spinosi; dietro di noi, un gregge di capre serrate tra loro per non essere portate via, che belano come ambulanze in processione sotto un tetto di lamiera che sbatte fragorosamente. La scena mi mette a disagio. Tuttavia, siamo gasati e andiamo in spiaggia per un sopralluogo. Ceniamo in una taverna sotto una veranda, riparati alla meglio. Il mare è una furia e la spiaggia un tornado di sabbia.

Torniamo a casa e ci barriciamo dentro. Ascoltiamo il vento che urla nella cappa del camino colpendo gli infissi. Al risveglio, capiamo che il giorno prima era solo il preludio. Il vento ha rovesciato vasi e mobili; il pesante tavolo della veranda in vetro temperato è finito in fondo al viale. È quasi impossibile persino aprire gli sportelli dell’auto. Ripieghiamo su Spili, un borgo di montagna che è una perfetta trappola per turisti. Ci facciamo “inculare” un po’ ovunque, poi ci rifugiamo in un micro-museo di tradizioni popolari dove un ometto coi baffi ci fa mangiare salvia e racconta storie strampalate. Proviamo a vedere il tramonto in una spiaggia vicina, ma prendiamo solo raffiche di ghiaia nei denti. Mio figlio Leo trova un gabbiano morto e inizia a infierire sul cadavere con un bastone. Le palme sono piegate a uncino. Provo a fare pipì contro un tronco calcolando la direzione del vento, ma finisco per pisciarmi quasi in bocca. Torniamo a casa sconsolati, con i lividi sulle gambe e la sabbia nelle orecchie.

La notte di domenica è un incubo. Raffiche a 100 km/h, il camino ulula, la cappa della cucina sbatte ogni venti secondi come un orco che bussa alla porta. Vedo i cavi della corrente agitarsi come forsennati e i pali di legno piegarsi come giunchi. A un certo punto mi sembra di veder volare una capra davanti alla finestra. Sembra un film di Hitchcock. Decido di agire. Il vento sollevava persino la ghigliottina di ferro della cappa. Escludo di salire sul tetto per non fare la fine della capra, quindi intervengo da sotto: infilo uno dei seimila cuscini di Panagiottis su per la canna fumaria, pressandolo con un manico di scopa. Un effetto risucchio lo incastra definitivamente e il rumore finalmente cessa. Smonto anche la cappa della cucina e ci pianto dentro un rotolo di Scottex. Ci beviamo una boccia di Ouzo in due e andiamo a letto ubriachi e infelici.

Il giorno dopo, la situazione non cambia. Leo si compra un cappellino stile Panama di cui va orgoglioso. Appena scende dall’auto, il vento glielo spara a 15 chilometri di distanza. Il pargolo piange così forte da coprire il fischio del vento, così parto in infradito alla ricerca del cimelio. Vago per i campi scavalcando recinzioni arrugginite che collezionano malattie mortali da decenni, conficcandomi spini ovunque. Ritrovo il cappello in un arbusto in culo alla montagna e lo riporto come Lassie. Mi siedo sul portico a petto nudo, incazzato come un libero professionista quando riceve la dichiarazione dei redditi, in attesa di Panagiottis.

Lui arriva alle 17:00 con un amico che sembra il socio del Drugo. Appena scende, il vento gli scippa gli occhiali da sole e li spedisce in mezzo ai pruni. Osservo con una certa soddisfazione i due che cercano gli occhiali sotto le frustate del vento. Alla fine rinunciano e ci consegnano lenzuola, un puzzle da 500 pezzi e una bottiglia di Rakia. Mentre illustro il nostro disagio, l’amico annuisce alzando spalle e sopracciglia. Salta pure la corrente: cala un silenzio spettrale, rotto solo dal belare delle capre “volanti”. Panagiottis cerca di rassicurarmi con un’app meteo sul telefono, ma io vorrei solo lanciargli il dispositivo nel tornado. Mentre io gli faccio da scudo umano, l’amico riesce finalmente a cambiare la serratura. Si congedano con mille inchini e scappano via come Bo e Luke nella contea di Hazzard.

Per fortuna l’oracolo di Panagiottis aveva ragione. Lentamente il Meltemi è andato a rompere i coglioni altrove, permettendoci di godere di un mare incredibile e della bellezza pazzesca dell’isola. Tuttavia, non ci ha mai abbandonati del tutto, restando in modalità “guerriglia”. Non sapete quanti bambini ho visto falciati da raffiche improvvise o madri in lacrime con le orecchie piene di sabbia. Magari sei lì che sorseggi un mojito pensando di essere un fico, e il vento ti riempie l’ultimo sorso di sabbia: pensavi fosse zucchero, invece era cemento.

Mentre finisco di scrivere questo report nel patio, sotto un cielo ricolmo di stelle, penso a quel poraccio di Icaro che proprio in questo mare ha finito i suoi giorni. Capisco che la storia del sole e dell’ebbrezza del volo è un’invenzione dei padroni. È molto più probabile che, mentre volava, gli sia finita addosso una capra o che il Meltemi del cazzo gli abbia sfasciato le ali. Ci ricorda che, alla fine, dipendiamo tutti da una botta di culo.

Adesso scusatemi, vado a sfilare il cuscino dal caminetto. Chissà che non ci trovi la capra nascosta dietro.

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