Salamandre multidimensionali

Un'esperienza soglia alla mostra di Esher a Firenze.

Stamattina ha un colore angusto. Me ne sono accorto subito, appena ho inforcato la bicicletta: un’AirPod mi è caduta in una pozzanghera. L’acqua aveva lo stesso colore del cielo, ma sembrava di una consistenza primordiale, come un lago di metano liquido. Nel tragitto, il carretto di Leo si è aperto più volte perché ormai è vecchio e la copertura si rifiuta di aderire alla scocca, lasciandogli intravedere angoli di quel cielo ostile e carico di pioggia. Le sue grida di riprovazione mi arrivavano come ombre di una realtà parallela, attutite dalla voce di un narratore annidato dentro le mie cuffie. Mi sono fermato più volte nel tentativo di tappare le falle del suo comfort, prodigandomi in scuse di fronte alla sua evidente incazzatura, travestita dal broncio di un pessimo attore.

Arrivati a scuola, consegno Leo a un annoiato bidello che, senza convinzione, lo avvia alla sua routine asilesca. Non faccio in tempo a fare “ciao ciao” con la manina che il bidello mi smolla un foglio A4, affrancato con un sorriso di cortesia. Il testo recita solenne che un custode si è ammalato e che la scuola non potrà osservare i regolari orari di apertura. Faccio un rapido check mentale degli impegni pomeridiani che dovrò necessariamente mandare a puttane e mi dirigo allo studio.

La vasca è vuota e gelida. Sono il primo ad arrivare; si sente solo il rumore delle ventole dei computer. Fa un freddo glaciale: dev’essere riandato il riscaldamento. Cerco di convincere la caldaia a ripartire fissandola intensamente, poi decido di accontentarmi di una tazza di liquido caldo. Attraverso quel silenzio siderale fino allo spazio ristoro e lo interrompo con il brontolio del bollitore. Aspetto con ansia l’arrivo di un cane qualsiasi che mi faccia compagnia, ma il mondo esterno comunica solo attraverso i clacson di mezzi inferociti, attutiti dal gigantesco vetro della porta d’ingresso.

Attaccata sulla porta, storta, con uno scotch riusato almeno dieci volte, c’è la locandina della mostra di Escher inaugurata da pochi giorni. Mi piace lui; mi piace la sua determinazione quasi malata nel perseguire una causa. Me lo immagino al tavolo da lavoro mentre la mano e la mente tracciano un’immagine mentale difficilmente concepibile. Ne sento lo sforzo sotto la cute; mi fa sentire incapace, piccolo, impuro. Escher è come le montagne, è come il mare aperto.

Mi chiedo se Leo apprezzerebbe, se i suoi occhi di cinquenne si perderebbero nella meraviglia o se si sposterebbero annoiati su pareti mute alla ricerca di uno stimolo. Mi piacerebbe scoprirlo, ma non mi sento all’altezza e quindi produco la prima immane cazzata della mattinata: invio un messaggio intriso di simpatia nella chat dei genitori, chiedendo se qualcuno sia interessato ad andare alla mostra nel pomeriggio.

L’immagine mentale che mi ero costruito era la versione posticcia di un quadro di Rembrandt: due genitori colti e premurosi che conducono — come moderni Virgilio e Beatrice — pargoli gentili e pieni di ammirato contegno attraverso le opere dell’autore. Una passeggiata sulla scalinata della Scuola di Atene, con quello svacco e quel disinteresse annoiato tipico di chi non ha tempo per le cose triviali. Visione mandata in frantumi dalla quasi simultanea adesione di almeno dieci genitori con figli quattrenni al seguito. Vedo la catastrofe fare capolino sullo sfondo della chat, ma decido di ignorarla lavorando con lo spirito di chi spacca legna mentre un meteorite gigante gli fischia sopra la testa.

Quando esco nel primo pomeriggio piove ancora; l’acqua reagisce con lo smog e muta tutto in un senso di profondo disagio. Vedo due uccelli di razza ignota rifugiarsi sotto un pino spelacchiato: hanno la faccia di due che devono portare un pianoforte al sesto piano, solo che hanno il becco. Arrivato a scuola, un nugolo di mamme festanti ed eccitate mi accoglie all’ingresso. Tutto è pianificato al millimetro: logistica, acquisti, dinamiche e sentimenti. Io, unico babbo fra le madri, non riesco a condividere l’entusiasmo a causa del presagio in cui è avvolta la mia mente.

Il presagio diventa certezza nella piazza antistante la mostra. Lo sguardo è rapito dalla mutevole configurazione di corpi che le interazioni fra i nani generano. Sembra di osservare una reazione chimica da molto vicino: ne percepisci il caos, ma hai la consapevolezza che quell’energia ha un senso profondo che tu non cogli. Accanto a noi, una mamma — che chiamerò per comodità Elsa — sta intraprendendo una battaglia cordiale col figlio più piccolo, che la colpisce con dovizia in punti vitali con la determinazione di un sicario russo, emettendo sonori rumori di soddisfazione.

Il mio profilo psicologico mi impone di dotarmi di strumenti che limitino i danni. Convoco un direttivo genitoriale d’urgenza. Ci mettiamo in cerchio sotto un portico e io, come in un timeout dell’NBA, caccio un’arringa sulla necessità di contenere i pargoli per non trasformare il museo in un campo di battaglia. Si decide per un discorso motivazionale per ancorare pavlovianamente il comportamento dei bambini a un codice di condotta accettabile.

Cerchiamo di raccogliere il gregge con una manovra a tenaglia degna delle legioni di Giulio Cesare, poi, muovendo le mani come Mr. Crocodile Dundee, riesco a silenziarli. Comunico tre semplici regole offrendo in premio un gelato e l’integrità emotiva dei genitori. Loro annuiscono poco convinti. Poi, uno di essi comincia a produrre urla insensate provenienti da una profondità recondita del suo spirito; nel giro di pochi secondi, tutti gli altri si lanciano nella riproduzione del verso originale. Assomigliano a bonobo in calore. Il delirio collettivo ridà energia allo sciame, che riparte verso il centro della piazza. Li guardiamo con la consapevolezza che forse non torneranno mai più indietro.

Le tre regole erano:

  1. Parlare a bassa voce.

  2. Non correre.

  3. Non toccare.

Vengono simultaneamente infrante nei dieci secondi successivi. Tutti i bambini urlano, corrono nello shop e si ficcano le matite di Escher nel naso, lanciandosi taccuini ricordo in faccia. Unica eccezione le bambine: circospette, silenziose, guardavano i coetanei maschi come un gruppo di amebe al microscopio. Da quello sguardo si manifestava la loro evidente superiorità ontologica. Una di loro è giapponese e a quattro anni parla tre lingue; la madre sembra un’antropologa degli anni ’70 al primo contatto con una popolazione primitiva. Dietro il suo sorriso di cortesia campeggiava l’insegna luminosa: “Voi avete dei problemi seri”.

Riusciamo a prendere i biglietti precedendo i figli come mandriani nella pampa, ma essi filtrano dalle maglie del cordone come acqua attraverso una rete. Quando lo sciame si riversa nella prima sala, ha un sussulto di spaesamento. Poi si aprono in una rosa esplorativa, gridando a volume sovrumano. Le persone in sala vedevano bambini camminare sui muri, abitare dimensioni parallele che mai si sarebbero incontrate con quella degli adulti. Erano salamandre multidimensionali. Erano perfetti.

Poi l’occhio degli “altri” ci ha colto: noi genitori imperfetti, nudi sotto la luce morale irraggiata dai “diversi da noi”. Le madri si sono lanciate all’inseguimento emettendo suoni determinati ma col silenziatore, che cadevano inutili tra i piedi degli utenti. La prima sala è piena di litografie famose. Acciuffo il nano in rullata su un corridoio e lo piazzo davanti a una stampa; cerco di segnalargli le qualità dell’opera, ma lui mi ascolta col 32% del cervello, mentre lo sguardo cerca l’amico tra le ombre della galleria. So che mi ascolta solo per compiacermi, così lo rilancio nel turbinio.

Li ritrovo tutti lungo un corridoio di specchi, dove sul pavimento sono proiettate immagini di piani sfalsati. I bambini erano stregati; si muovevano in forma scomposta ma perfettamente distanziata, come droni o scimmie antropiche. Sotto si percepivano rumori di industria abbandonata, cigolii, finestre che sbattono. Attraverso una tenda pesante e trovo Elsa che fissa in silenzio uno spigolo del corridoio. Ai suoi piedi, il figlio avvinghiato ai polpacci grida come un posseduto: “ANDIAMO AL BAAAAARRRRR!!!”.

La scena mi strazia. I bambini sono ormai parte dell’installazione. Un gruppo di persone, compreso il custode, rimane immobile a guardare la scena. L’immagine è potente. Molte mamme cedono, con l’unico obiettivo di uscire di lì il prima possibile, arrivare a casa, inchiodare i figli davanti a un cartone e cancellare il ricordo con un Martini Dry triplo. Molto ghiaccio.

La scena mi sblocca un ricordo di una vita lontana. Inizio millennio: duecento ragazzi si ritrovano in una piazza. Entrano in un supermercato alla spicciolata e, a un’ora stabilita, fanno finta di morire in massa. Sagome da obitorio stese lungo le corsie, gente con la testa tra i flaconi di Vernel, a faccia in giù su bancali di carta igienica o nei carrelli. Ragazzi in tuta bianca passavano ad appiccicare grandi codici a barre sui corpi “morti”. Questi allora si rianimavano e, come zombie, si lanciavano sui tapis roulant delle casse chiedendo di essere scansionati, di tornare cosa, di essere merce. Quello però era teatro. C’era la sbruffonaggine dei vent’anni, i libri di Guy Debord e dell’Internazionale Situazionista. Volevamo essere avanguardia, ma a malapena uscivamo dall’autoreferenzialità.

I bambini, invece, senza percepire il “dover essere”, ottenevano lo stesso risultato in forma più plastica e totale. Facevano di se stessi una forma d’arte. Un bimbo sperduto fa capolino oltre la tenda e, urlando cose incomprensibili, trascina gli altri in avanti. La ferita della tenda che si chiude dietro l’ultimo bambino trasforma la sala nel tempio di qualcosa che non c’è più, lasciandoci lì a contemplare quella desolazione, come un preservativo usato su delle lenzuola scomposte.

Come preventivato, molte mamme se la sono svignata a gambe levate. Finisco la mostra con Leo, che è sceso di giri, e riesco a godermi qualche piccola cosa appesa alle pareti. Poi usciamo sotto il coperchio grigio del cielo. Leo si addormenta nel carretto dopo pochi secondi; io pedalo verso casa e penso molto. Mi fa male il cervello, ma non vado da nessuna parte. Come le scale di un quadro di Escher.

 

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